Caso Bellavia: la bufala del “dossieraggio” (inesistente) per colpire Report
Il capolavoro è stato trasformare la vittima di un gigantesco furto di dati – Gian Gaetano Bellavia – nel colpevole responsabile di un mostruoso dossieraggio. Un milione di file è stato sottratto dal suo archivio dalla collaboratrice Valentina Varisco, già mandata a processo con citazione diretta, senza neppure passare da un’udienza preliminare, dalla pm di Milano Paola Biondolillo: per accesso abusivo a sistema informatico e appropriazione indebita.
“Dossieropoli”, ha titolato il Giornale, mentre i politici della destra puntano il dito contro Bellavia, indicato come costruttore di dossier, e chiedono di punire il programma Rai Report, colpevole di avere Bellavia tra i suoi collaboratori e intervistati. Eppure non c’è alcun dossier nei suoi computer, ma solo le relazioni tecniche che ha realizzato in quarant’anni di lavoro per molte Procure italiane: Milano, ma anche Lodi, Torino, Trieste, Catania.
Non c’è alcun documento detenuto illegalmente, assicura Bellavia. Il suo è solo un archivio in cui sono custoditi gli elaborati realizzati per i pm e i relativi allegati. Da sanzionare è chi diffonde dati sensibili. E quelli nei computer di Bellavia non sono stati diffusi finché non è arrivata Varisco a rubarli.
La verità è che non esiste in Italia una normativa specifica che regoli in modo chiaro il lavoro dei consulenti tecnici delle Procure. Per capire questa partita, è utile ripartire dalla storia della madre di tutti i presunti “dossieraggi”, quello legato al nome di Gioacchino Genchi. Ex poliziotto, diventa esperto in incroci di tabulati telefonici lavorando nel gruppo investigativo che indaga sulle stragi del 1992 in cui muoiono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Nel 2007 applica il suo metodo di analisi dei dati quando viene chiamato come consulente tecnico dall’allora magistrato di Catanzaro, Luigi De Magistris, che stava svolgendo un’inchiesta arrivata a toccare nervi scoperti del potere politico, economico, massonico. De Magistris viene fermato e Genchi è messo sotto accusa, per uso indebito di dati sensibili come appunto i tabulati delle telefonate fatte dagli indagati da De Magistris.
Scoppia il “caso Genchi”. Ed è per questo che, nel 2008, viene scritta l’unica norma oggi in vigore sull’attività dei consulenti delle Procure: l’Autorità garante della privacy stila le “Linee guida in materia di trattamento dei dati personali da parte di consulenti e periti del giudice e del pubblico ministero”, secondo la quale i professionisti che ricevono incarichi dai pm devono, a lavoro concluso, consegnare ai magistrati le loro relazioni e tutti i documenti che hanno ricevuto da analizzare, senza tenerne copia.
È quello che sostiene di aver fatto Bellavia, il quale dichiara di aver trattenuto nel suo archivio soltanto le sue relazioni e gli allegati necessari a provare le sue argomentazioni, anche in vista di contestazioni future da parte dei personaggi citati.
Genchi fa di più: sostiene che è suo dovere conservare i dati raccolti in modo riservato, ma che è suo diritto tenerli in archivio, perché il consulente diventa testimone nei processi che nascono anche dalle sue ricerche e i processi durano anni: i documenti raccolti sono necessari per poter testimoniare anche a distanza di tempo dai fatti oggetto d’indagine. “Ancora oggi”, racconta Genchi, “sono chiamato come testimone su consulenze consegnate vent’anni fa”.
La norma “della riconsegna” potrebbe essere chiamata comunque “norma Genchi”. Anche perché a vergarla è l’Autorità garante della privacy quando suo vicepresidente è Giuseppe Chiaravalloti, che era stato presidente della Regione Calabria dal 2000 al 2005. Proprio come presidente della Calabria, era stato indagato (e poi assolto) in due indagini aperte da De Magistris.
La “direttiva Genchi” non è una legge, ma una fonte normativa di secondo o terzo livello. Comunque sia, è stata di fatto smontata dalla stessa storia processuale di Genchi. Il consulente di De Magistris viene accusato da Silvio Berlusconi di aver intercettato 350 mila persone. In verità, Genchi non ha mai intercettato nessuno, ma ha solo incrociato e analizzato i tabulati delle chiamate forniti dalle compagnie telefoniche.
Comunque nel 2009 il suo archivio viene sequestrato, lui viene sospeso e poi destituito dalla polizia e mandato sotto processo. Ma c’è un giudice a Berlino: il Tar nel 2014 annulla le sospensioni e la destituzione e poi i giudici lo assolvono da tutte le accuse. Gli viene restituito l’archivio e i tribunali dichiarano che non ha violato la privacy di alcuno e non ha realizzato alcun accesso abusivo alle reti telematiche. Cancellata anche la sanzione di 196 mila euro che il Garante gli aveva comminato. Nel 2022 viene assolto anche dall’accusa di abuso d’ufficio (il reato non era ancora stato abolito). Chissà se ora, dopo la “legge Genchi”, che si è dimostrata così inefficace, verrà confezionata su misura anche una “legge Bellavia”.
