MILANO

Milano. Piccolo bilancio (crudele) del 7 dicembre della Scala e di una città smarrita

Milano. Piccolo bilancio (crudele) del 7 dicembre della Scala e di una città smarrita

A Milano il 7 dicembre, festa di Sant’Ambrogio e Prima della Scala, è inesorabile occasione di bilanci per la città. Tanto più ora, mentre volge al termine l’annus horribilis di Milano: quello del crollo di un Modello diventato Sistema, del tramonto del mito della città place to be, dell’esplodere delle inchieste in cui anche il sindaco è indagato (malgrado tutti facciano finta di niente).

Ma lasciamo stare le indagini giudiziarie, che faranno il loro corso. Negli ultimi mesi sono venute alla luce in maniera inoppugnabile le ferite di una metropoli vittima della sua bulimia sviluppista, che genera grande ricchezza (per pochi) ma anche crudele esclusione (per molti), che crea esponenziale aumento delle disuguaglianze.

Dopo la priapica Babele ambrosiana che ha eretto non una, ma cento torri, è arrivata la confusione delle lingue. La città è smarrita, senza voce, non ha più una guida pubblica, è consegnata ai privati, al diritto del più forte, ai capricci del più ricco.

Lo ha segnalato anche l’arcivescovo Mario Delpini nel suo discorso di Sant’Ambrogio: “A Milano si usano le case per fare soldi e non per le persone: chi cerca casa si vede chiudere la porta in faccia: costi alti, affitti brevi, case sfitte, discriminazioni per gli stranieri. Sembra che la città non voglia cittadini. Si usano le case per fare soldi, invece che per ospitare persone”.

Lo scorso anno, l’arcivescovo disse che la Milano del Rito ambrosiano anche in urbanistica era “una città stanca”. Ora constata che è malata: non c’è casa per chi non ha soldi, la sanità insegue il profitto e langue nelle liste d’attesa, le carceri sono luoghi disumani. Sappiamo che c’è anche incoerenza tra il dire e il fare (vedi l’operazione immobiliare della Curia sull’area di via Falck); ma almeno le parole dell’arcivescovo sono inequivocabili e hanno gelato la politica e l’amministrazione.

Amministrazione smarrita, politica accecata, incapaci di vedere che cosa sta succedendo in città. Il presidente della Regione, Attilio Fontana, si è mostrato felice che alla Prima della Scala quest’anno si sia vista poca politica romana: “Noi del Nord viviamo bene anche da soli”.

Soli? Non si è accorto, poverino, che Roma si è appena mangiata Milano: ha espugnato l’ultimo fortino di una storia lunga e un tempo gloriosa, Mediobanca, per puntare ancora più su, a Generali. Le conquiste di un immobiliarista romano, Francesco Gaetano Caltagirone, ottenute grazie all’aiuto di una Lady Macbeth del distretto di Colle Oppio (copyright Roberto D’Agostino) non hanno bisogno di quella ratifica simbolica che un tempo era l’ingresso nel foyer di piazza Scala, lasciato a Mahmood e Achille Lauro. Basta e avanza l’occupazione di piazzetta Cuccia, senza sottoporsi a tre ore di musica meravigliosa ma indigeribile ai loro stomaci.

Del resto, da Roma sono arrivati anche i conduttori della diretta Rai della Prima, Bruno Vespa e Milly Carlucci, evidentemente grandi e insostituibili esperti di Sostakovic. Intanto la Venezi di Milano, il nuovo sovrintendente Fortunato Ortombina, scelto per la Scala dalla politica romana, al suo primo 7 dicembre si consola con la presenza del ministro Alessandro Giuli e del sottosegretario Gianmarco Mazzi: “Sono venuti e hanno approvato il test Sostakovic”.

Mica come Stalin e Zdanov. Ma questi due tenevano in grande considerazione la cultura (per controllare anche i pensieri e i desideri), a differenza del nostro attuale potere romano che più che all’egemonia ideologica punta al comando e alle poltrone. Ortombina, a differenza di Sostakovic, non dovrà dormire vestito e con la valigia pronta per la Siberia: “Hanno approvato” (una scelta “scandalosa” decisa peraltro dal suo predecessore). Hanno digerito l’inesistente “scandalo” di Katerina.

Sala intanto crede di far digerire i suoi, di scandali, con un rimpastino di giunta, mentre aspetta anche lui l’aiuto di Roma: la Salva-Milano formato magnum di Matteo Salvini. Ha perso nei suoi anni a Palazzo Marino 24 punti di consenso e oggi più della metà dei milanesi non va a votare. Ma l’acciaccato sovrano di Salaland si mostra sereno: “Tra chi vota, ho ancora il 51 per cento”. Applausi. Sipario.

Il Fatto quotidiano, 12 dicembre 2025 (versione ampliata)
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