Berlusconi, ancora bugie. La vera storia delle tangenti pagate e di Silvio assolto
Tratto da: Gianni Barbacetto, Una storia italiana, Chiarelettere 2023
Scandalo a Napoli
Lo scandalo scoppia il 22 novembre 1994. Silvio Berlusconi ha trionfato alle elezioni ed è presidente del Consiglio da sei mesi. Quel giorno si trova a Napoli, dove partecipa a un vertice dell’Onu sulla criminalità organizzata. La mattina, nelle edicole arriva il «Corriere della Sera» che spara uno scoop in prima pagina, firmato dai giornalisti Goffredo Buccini e Gianluca Di Feo. Titolo: Milano, indagato Berlusconi. Occhiello: «L’iscrizione sul registro decisa dalla procura per l’ipotesi di due pagamenti alle fiamme gialle». L’articolo racconta di due tangenti che Berlusconi avrebbe pagato a uomini della guardia di finanza per ammorbidire verifiche fiscali alla Mondadori (130 milioni di lire) e a Mediolanum (100 milioni).
L’Italia è sotto shock. Anche l’uomo nuovo, il trionfatore delle elezioni, è entrato nel lungo elenco degli indagati per corruzione di Mani pulite, del pool di Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo. Berlusconi e il suo mondo, con i suoi giornali e le sue tv che, in sintonia con la maggioranza del paese, avevano sostenuto con entusiasmo per mesi Di Pietro e Mani pulite, cominciano ad attaccare e infangare i magistrati. Iniziano a scagliarsi contro il pool, accusato di aver messo in scena una macchinazione mediatico-giudiziaria, comunicando al «Corriere» la notizia di Berlusconi indagato e facendola uscire proprio nel giorno in cui il premier presiedeva un importante vertice inter- nazionale.
I magistrati del pool, in verità, avevano programmato che la notizia rimanesse segreta almeno fino al 26 novembre, il giorno in cui Berlusconi era stato convocato alla Procura di Milano per essere interrogato in veste di indagato. Avevano mandato l’invito a comparire e lo avevano fatto recapitare la sera del 21 novembre: non a Napoli, ma a Roma, dove credevano si trovasse il presidente del Consiglio. Lo ritirano i suoi collaboratori e Gianni Letta, il testimone di nozze diventato sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Questi telefona subito a Silvio, a Napoli. «Sono appena venuti a Palazzo Chigi due ufficiali dei carabinieri per conse- gnarti un provvedimento della Procura di Milano, ma non hanno voluto aggiungere di più: devono notificarlo personalmente a te. Li ho invitati a ripassare domani.»
I due ufficiali, Emanuele Garelli e Paolo La Forgia, da Roma chiamano a Milano il procuratore Francesco Saverio Borrelli per comunicargli di non aver trovato Berlusconi. Il magistrato, per cautelarsi da eventuali fughe di notizie, autorizza Garelli a contattare Berlusconi a Napoli e a leggergli al telefono l’invito a com- parire. Intanto Letta ha informato anche Previti. È già sera quando Garelli parla al cellulare con Berlusconi. Gli dice che ha un atto giudiziario per lui. Berlusconi gli chiede di aprire la busta e leggerglielo. «Si riferisce a tangenti alla guardia di finanza.» Il presidente del Consiglio però ha fretta: alle ventuno deve essere nel palco reale del teatro San Carlo, per assistere al concerto di gala di Luciano Pavarotti. Dice all’ufficiale di richiamare un paio d’ore più tardi.
Finito il concerto, Berlusconi telefona a Garelli, che può finalmente leggergli il testo dell’invito a comparire. Gli recita il primo e il secondo capo d’imputazione, sulla mazzetta Mediolanum e su quella Mondadori. C’è un terzo capo d’imputazione, sulla tangente che sarebbe stata pagata per ammorbidire la verifica fiscale a un’altra azienda del Biscione, Videotime, ma Berlusconi, irritato, lo interrompe: «Va bene, ho capito». E gli dà appuntamento per il giorno dopo alle quattordici, a Palazzo Chigi, per la notifica.
L’indomani esce il «Corriere» con lo scoop. Il mondo berlusconiano grida allo scandalo, trasuda indignazione per il fatto che il presidente del Consiglio sia venuto a sapere di essere indagato da un giornale. L’accusa sarà ripetuta per anni, fino a oggi. In realtà, come abbiamo visto, Berlusconi fu informato la sera prima. E i magistrati del pool si convincono che a confermare la notizia al «Corriere» sia stato proprio l’entourage del presidente, visto che il giornale riporta soltanto i primi due capi d’imputazione, senza nemmeno un cenno al terzo (la mazzetta di 100 milioni per Videotime), che Garelli non era riuscito a leggere a Berlusconi. Ma ancora oggi un pezzo d’Italia è convinto che siano stati i magistrati a spifferare dell’avviso di garanzia (in realtà un invito a comparire) per mettere Silvio in difficoltà durante l’incontro internazionale.
La storia processuale delle tangenti emerse quella mattina di novembre sarà lunga, punteggiata da polemiche politiche, violenti attacchi alla magistratura, manovre dilatorie per allungare i processi, leggi ad personam per cancellare i reati. Subito alle contestazioni si aggiunge una quarta mazzetta, pagata per Tele+. Alla fine, dopo anni di battaglie processuali, per le tangenti alla guardia di finanza Berlusconi è condannato in primo grado, senza attenuanti generiche, a due anni e nove mesi di reclusione, con una sentenza che ritiene provate tutte e quattro le mazzette contestate. In appello, la Corte gli concede le attenuanti generiche: così scatta la prescrizione – la prima di una lunga serie – per tre tangenti. Per la quarta (Tele+), gli è concessa l’assoluzione, pur con formula dubitativa, secondo il comma 2 dell’articolo 530 del codice di procedura penale.
La Cassazione, nell’ottobre del 2001, chiude la partita. Conferma le condanne per i coimputati di Berlusconi (i suoi collaboratori Massimo Maria Berruti e Salvatore Sciascia, che hanno materialmente pagato le mazzette; e i finanzieri Francesco Nanocchio e Giuseppe Capone, che le hanno intascate): dunque le tangenti ci sono state. Ma attenzione: i giudici ritengono di non avere la prova certa che Berlusconi ne fosse al corrente; dunque è assolto per non aver commesso il fatto, seppur con un richiamo all’insufficienza di prove («Tenuto conto di quanto già osservato sulla insufficienza probatoria, nei confronti di Berlusconi, del materiale indiziario utilizzato dalla Corte d’appello a proposito delle vicende Mondadori, Videotime e Mediolanum…»). Dunque le mazzette ci sono, sono state pagate, con i soldi di Berlusconi, ma (secondo la Corte) a sua insaputa.
C’è un fatto che pesa sul piatto della bilancia e lo fa inclinare verso l’assoluzione: la falsa testimonianza nell’aula processuale di un personaggio chiave nella storia di Berlusconi, l’avvocato David Mills. È il professionista che aveva costituito a Londra le società offshore della Fininvest, la Fininvest ombra, il Biscione segreto. In aula a Milano non racconta la verità e per il suo silenzio viene ricompensato (come stabilirà definitivamente la Cassazione nel 2010) con 600.000 dollari pagati nel 1999-2000, per aver tenuto con il suo comportamento Berlusconi, come aveva ammesso lo stesso Mills, «fuori da un mare di guai».
