Di Pietro: “Sì alla separazione delle carriere”. Ma aveva sempre detto che era il programma di Gelli
di Gianni Barbacetto /
Antonio Di Pietro, il pm di Mani pulite, è pronto per fare il testimonial del sì al referendum sulla divisione delle carriere?
Io sono pronto senz’altro a far sentire la mia voce su questa riforma costituzionale. Ma in nome e per conto di Antonio Di Pietro. Non lascerò che alcun partito politico ci metta il cappello sopra.
Ma il testimonial per il sì lo che stanno cercando i partiti del centrodestra. Sarebbe il testimonial di Giorgia Meloni.
No. Io mi auguro che ci siano tanti testimoni, anzi, tanti comitati, per il sì e per il no. Perché questa è la democrazia. Per quale ragione un comitato deve essere per forza teleguidato da un partito? Questa è una riforma costituzionale, quindi è una riforma dei cittadini. Io rappresento me stesso e, al massimo, quei cittadini che vogliono essere informati sentendo le due campane: anche quella del sì. Non ho bisogno di avere un capo in testa. Ragiono da me stesso e rappresento me stesso.
Si troverebbe a essere l’anti Gratteri.
Nicola Gratteri lo rispetto sul piano professionale e lo stimo sul piano personale. Non la vedo, la contrapposizione con lui. So che anche lui è favorevole al sorteggio. Vede, tutti concentrano questa riforma sulla separazione delle carriere, ma in realtà ha altri due punti focali che bisogna spiegare ai cittadini: la estromissione del Consiglio superiore della magistratura dalle scelte disciplinari sui magistrati e l’introduzione del sorteggio per togliere potere alle correnti. Credo che su questo molti magistrati siano favorevoli, e anche Gratteri. Quindi voglio valutare questa riforma non perché l’ha fatta il centrodestra, anzi credo che sbaglino – e rischino – quelli del centrodestra che ci vogliono mettere il cappello sopra. Questa è una riforma che è la naturale conseguenza di quel che venne deciso nel 1989, quando passammo dal sistema inquisitorio al sistema accusatorio.
D’accordo dunque con questa riforma della giustizia?
Non è una riforma della giustizia, è una riforma della magistratura. L’unica riforma della giustizia che serve è quella di farla funzionare. Ma questa riforma non incide sull’accelerazione o l’ammodernamento della giustizia, questa riforma chiude solo il cerchio di un sistema processuale che nel 1989 da inquisitorio è diventato accusatorio. E ha al suo interno due tematiche su cui vale la pena riflettere, prima di dire no: togliere ai giudici la possibilità di giudicare se stessi ed eliminare, grazie al sorteggio, il correntismo e l’amichettismo palamaresco. Quello che invece non condivido è il fatto di speculare su questa riforma, dicendo che migliora la giustizia. No, non è il suo fine, non accelera i processi, non migliora la macchina processuale.
Ci hanno detto che è la realizzazione di uno dei sogni di Silvio Berlusconi.
Ma no, è solo la chiusura del cerchio della riforma del 1989, quando Berlusconi neppure ci pensava di fare politica.
Nessuna paura che la separazione delle carriere sia una vendetta della politica contro i magistrati e che si possa trasformare nella sottomissione del pm al potere politico?
Il pubblico ministero che si vuole sottomettere lo può fare oggi e lo potrà fare domani. Chi non si vuole sottomettere non lo fa oggi e non lo farà domani. Oggi e domani resta l’articolo 104 della Costituzione. Oggi dice che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente, domani dirà che i magistrati giudicanti e quelli del pubblico ministero sono un ordine autonomo e indipendente. Per modificare questa norma ci vorrebbe un’altra riforma costituzionale, che non riusciranno mai a far digerire al popolo italiano, perché l’indipendenza della magistratura è una sacra realtà che nessuno può toccare. Paventare che questa riforma incida sull’autonomia e l’indipendenza è un’affermazione contraria alla realtà.
Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, in questi giorni si è mostrato preoccupato del fatto che la destra abbia messo in moto la macchina del referendum, assumendosi il rischio politico di una sconfitta. Ha detto apertamente che “il gioco non vale la candela”, anche perché di fatto le carriere, dopo la riforma Cartabia, sono già distinte.
Infatti io sottolineo gli altri due punti di questa riforma. E temo che l’Associazione magistrati sia fermamente, per non dire ferocemente, contraria proprio per quei due punti: togliere al Csm il potere di giudicare i magistrati e di spartire potere.
È vero che le hanno chiesto di candidarsi in Molise per Fratelli d’Italia?
Di candidarmi me lo chiedono continuamente, anche da sinistra. Ma escludo totalmente di candidarmi, non solo per Fratelli d’Italia, ma neppure per il partito di Di Pietro. (Il Fatto quotidiano, 30 ottobre 2025)
Ma Di Pietro ha sempre detto no alla separazione delle carriere
“Si vorrebbe imporre, per garantire l’imparzialità del giudice, la separazione non fra potere giudiziario e politico, ma fra magistrati inquirenti e giudicanti: così le inchieste contro la corruzione e il potere politico non si potranno più fare con serenità” (15.3.2000).
“Voterò no al referendum per separare le carriere” (15.5.2000).
“La Giustizia ha bisogno di interventi radicalmente opposti a quelli sbandierati dal Polo: non la separazione delle carriere e lo snaturamento del Csm aumentando i membri di nomina politica” (13.1.2003).
“La divisione delle carriere impedirà la fisiologica trasmigrazione tra pm e giudici, con grave danno per le professionalità e la libertà di scelta dei magistrati” (8.3.2003).
“Il processo di Milano (a Berlusconi e Previti per corruzione di giudici, ndr) dimostra che a carriere unite possono accadere cose turche. In primo grado ha dimostrato che degli avvocati possono corrompere dei giudici. Più separate di così, le carriere, si muore! Il problema non sono le carriere, ma la deontologia professionale, la moralità di chi svolge incarichi pubblici delicati” (4.5.2003).
“Il centrodestra vuole separare le carriere per mettere sotto controllo dell’esecutivo la magistratura. È il vecchio piano di Licio Gelli, poi ripreso dal libro rosso di Previti” (24.3.2004).
“Il ministro Alfano vuole separare le carriere in violazione del dettato costituzionale. La Giustizia affidata al governo Berlusconi è come un pronto soccorso lasciato in balìa di Dracula” (4.6.2008).
“Berlusconi lasci stare Falcone, è come il diavolo che parla dell’acqua santa. I problemi della Giustizia sono la mancanza di fondi e di personale, non la mancata separazione delle carriere. Così si vuole solo sottomettere la giustizia al potere politico e segnare la fine della certezza del diritto” (21.8.2008).
“La separazione delle carriere è l’anticamera della fine dell’obbligatorietà dell’azione penale, attraverso il controllo dell’esecutivo sul pm. È una proposta gravissima perché farebbe crollare uno dei cardini della Costituzione: l’autonomia della magistratura” (15.7.2013).
Così parlò per tutta la vita Antonio Di Pietro: idee chiarissime contro tutte le bicamerali e le schiforme di ogni colore. Poi un giorno qualcuno lo convinse che era sempre stato favorevole alla separazione delle carriere e lui non solo cominciò a dire il contrario di ciò che aveva sempre pensato, ma entrò persino nel Comitato del Sì alla schiforma Nordio. Chissà com’è successo. (Il Fatto quotidiano, 2 novembre 2025)
