Olimpiadi 2026. «L’importante non è vincere, ma partecipare». Agli affari
Milano ha voluto il bis dell’Expo 2015: le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. C’è una foto – iconica, si direbbe sotto la Madonnina – scattata il 24 giugno 2019: ritrae il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, con i pugni chiusi alzati al cielo e la bocca aperta in un incontenibile urlo di gioia. È il momento in cui Milano, in alleanza con Cortina, viene proclamata vincitrice della gara per ospitare i giochi olimpici invernali del 2026. Accanto a Sala, i presidenti (leghisti) della Regione Lombardia, Attilio Fontana, e del Veneto, Luca Zaia.
Davvero strano il caso delle Olimpiadi della neve vinte dalla città dove non nevica da anni e dove non si pratica alcuno sport invernale. Non c’è neppure una pista di pattinaggio, a Milano. Quelle che c’erano sono chiuse da tempo. La gara, in verità, era andata quasi deserta, con un solo concorrente sconfitto, Stoccolma. Ma Sala lo considera un trionfo. E anche un felice ritorno al grado zero della sua carriera politica, quando fu chiamato da Letizia Moratti a gestire un Expo che rischiava di naufragare e poi, alla fin della fiera, fu premiato con la poltrona di sindaco. Quattro anni dopo, è lui che indossa i panni della Moratti e la fascia da sindaco e sogna di essere ancora quel Sala che fu chiamato a “salvare l’esposizione”. Nella speranza che le Olimpiadi distraggano l’attenzione pubblica dalla crisi del Modello Milano e dalle inchieste giudiziarie sull’urbanistica.
Sala, Fontana e Zaia, tutti galvanizzati dal brivido bipartisan del grande evento. Centrosinistra e centrodestra insieme per la grande avventura. Una nuova occasione, ricorrente nella politica italiana, per concentrare soldi pubblici, avviare lavori e grandi opere, mettere un’altra volta in moto la macchina della comunicazione e del marketing urbano. Soldi e narrazione, affari e propaganda.
Prevedibili, ma mai previsti, gli effetti collaterali di ogni grande evento: gli aumenti dei costi, i ritardi, le deroghe, i litigi per la gestione, gli errori, gli sprechi, le infiltrazioni mafiose. In Lombardia, che pure è la regione più avanzata d’Italia, solo il 44 per cento degli edifici scolastici ha una palestra. Eppure un sacco di soldi pubblici viene impegnato per una manifestazione che dura diciassette giorni (più dieci di Paralimpiadi), per costruire impianti sportivi provvisori da smontare dopo qualche settimana, come la pista di pattinaggio dentro la Fiera di Rho che sarà smantellata a Giochi finiti; o per realizzare strutture che saranno sottoutilizzate, come la pista di bob a Cortina, per uno sport che non si può certo definire di massa (gli iscritti al settore bob della Federazione italiana sport invernali sono una quarantina).
Sala, Fontana e Zaia vincono la non proprio affollata gara per i Giochi invernali con un dossier di candidatura che prometteva Olimpiadi «interamente finanziate da capitali privati» e che sarebbero state realizzate con «una formula sostenibile e innovativa che permetterà all’Italia di essere un esempio per le prossime edizioni dei Giochi». Il sottosegretario con delega allo Sport, il leghista Giancarlo Giorgetti, aveva annunciato: «Il governo non ci metterà un euro». Il presidente Fontana aveva promesso: «Le nostre saranno le prime Olimpiadi risparmiose». Come è andata a finire lo leggerete in questo libro. Le previsioni di spesa si sono gonfiate. Il sogno di compensare i costi con le entrate dagli sponsor, gli incassi dei biglietti e del merchandising si è infranto.
Come nella peggiore tradizione italiana, accanto agli impianti sportivi da costruire è cresciuta la lista di opere pubbliche, strade, svincoli, tramvie, piste ciclabili, ponti, gallerie, che sono classificate come opere per le Olimpiadi, anche se non saranno di certo pronte nel 2026. Alcune si sono perse per strada, altre sono state finanziate con soldi pubblici: altro che «Olimpiadi risparmiose», altro che «Giochi a costo zero».
Fu Alessandro Morelli, braccio destro di Matteo Salvini e sottosegretario alla presidenza del Consiglio, a escludere interventi finanziari del governo, perché sarebbero stati un «aiuto di Stato» non permesso dall’Unione europea. Ma, si sa, quando si tratta di soldi e politica, il modo si trova. Quando la multinazionale Eventim, che stava costruendo il PalaItalia per l’hokey su ghiaccio, è arrivata a batter cassa, Sala ha dichiarato al Giornale: «I privati hanno bisogno che ci mettiamo qualcosa. Siamo arrivati al punto che io e il governatore Attilio Fontana siamo disponibili a pensarci noi, ma basta che diano una modalità per cui non rischiamo con la Corte dei conti se affidiamo fondi per un bene privato. Serve una legge che ci permetta di tutelare noi e i nostri dirigenti».
Sala vuole una norma speciale, una sorta di sanatoria anticipata. «Troveremo il modo», ha ribadito. «Stiamo cercando una formula perché dei fondi possano arrivare». Per dare un aiutino, per esempio, agli imprenditori privati (come Manfredi Catella di Coima, o come Covivio, società francese controllata attraverso Delfin dal gruppo Luxottica-Del Vecchio) che insieme a Prada sviluppano l’area del Villaggio olimpico. Sono società con ricchi bilanci e ottimi ricavi. Ma in Italia vige il libero mercato alle vongole: quando ci sono da fare profitti, viva l’iniziativa privata; quando arrivano le difficoltà, si bussa ai denari pubblici.
In questo libro-inchiesta leggerete cose che noi umani non siamo abituati a vedere. L’Arena del PalaItalia, nel quartiere di Santa Giulia a Milano, è stata realizzata per ospitare le gare di hockey su ghiaccio, che sono le competizioni più importanti tra quelle che si disputeranno a Milano. Ma la commissione impianti sportivi del Coni «rileva che il progetto non appare rispondente» alle norme di legge «relativamente al rispetto delle condizioni di visibilità degli spettatori, in particolare per quanto riguarda l’attività di hockey su ghiaccio, dichiarata come temporanea e limitata ad alcuni eventi sportivi». Dunque: il palazzetto fatto per l’hockey su ghiaccio non è adatto all’hockey su ghiaccio. Agghiacciante, no?
Altro grande classico delle grandi opere e dei grandi eventi: le illegalità, i sospetti di corruzione, le ombre di mafia. Proprio come Expo 2015. La Procura di Milano ha provato a contestare i reati di corruzione e turbativa d’asta all’ex amministratore delegato della Fondazione Milano-Cortina, Vincenzo Novari, e ad altri. Erano perfino intervenuti – come è emerso dall’inchiesta – per pilotare il televoto – per pilotare il televoto e far vincere uno dei due loghi di Milano-Cortina 2026 presentati al pubblico perché scegliesse quello da adottare. Neanche il televoto lasciano libero e trasparente. Quando era stato scelto come amministratore delegato della Fondazione per le Olimpiadi, Novari aveva incassato il plauso del sindaco Sala, manager di grande fiuto: «Ha esperienza, io personalmente lo conosco da vent’anni, eravamo competitori nel mondo delle telecomunicazioni a inizio 2000 e credo che potrà fare molto bene».
Novari ha poi negato ai pm milanesi Francesco Cajani e Alessandro Gobbis di aver preteso tangenti per pilotare appalti. Ha ammesso di aver ricevuto molte segnalazioni per piazzare dentro la Fondazione amici e parenti di personaggi della politica e del potere. In effetti, vi hanno lavorato molti amici e figli di, da Lorenzo Cochis La Russa, figlio del presidente del Senato, a Livia Draghi, nipote dell’ex presidente del Consiglio.
Quando poi la procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano ha, insieme ai suoi pm Marina Petruzzella, Paolo Filippini e Mauro Clerici, scoperchiato il Sistema Milano, è stato svelato il metodo secondo cui gli operatori immobiliari (in questo caso Manfredi Catella di Coima) premevano sul sindaco (Giuseppe Sala) e l’assessore (Giancarlo Tancredi) per far passare i loro progetti e realizzarli alle migliori condizioni. Nel Sistema Milano, operano i progettisti double face: da pubblici ufficiali, membri della Commissione paesaggio, danno l’ok del Comune ai progetti; poi, da professionisti privati, ricevono il generoso ringraziamento degli operatori a cui avevano fatto passare i progetti. Non certo in denaro dentro le inestetiche valigette della corruzione old style, ma in prestigiosi incarichi professionali e consulenze. A Milano, ormai, anche la tangente è cool.
Il Villaggio olimpico costruito sull’ex scalo ferroviario Romana resterà come esempio di architettura neo-sovietica a Milano: sei casermoni addossati l’uno all’altro che neanche nella Bucarest di Ceaușescu. Le Olimpiadi, per Coima, sono il pretesto per portare a casa una nuova operazione immobiliare, questa volta centrata sul nuovo business milanese, le residenze per studenti. Finiti i Giochi, i sei casermoni diventeranno lo studentato più grande d’Italia. Bello caro: malgrado gli aiutini in arrivo a Catella dalle casse pubbliche, l’affitto per gli studenti sarà di un migliaio di euro al mese.
Proteste sono arrivate anche per le casette del villaggio olimpico di Cortina. Il responsabile per l’Italia del Mbi (Modular Building Institute, l’associazione internazionale dei costruttori e rivenditori del settore), Furio Barzon, ha criticato modalità e tempi della gara per l’assegnazione delle unità prefabbricate destinate a ospitare gli atleti, sostenendo in una denuncia pubblica che il bando era costruito su misura per l’unica azienda che ha partecipato e dunque vinto.
Anche la mafia – poteva mancare? – ha proiettato la sua ombra sui lavori per le Olimpiadi. Nel giugno 2022, è stato arrestato Pietro Paolo Portolesi, considerato affiliato di un gruppo di ’ndrangheta attivo tra il Piemonte e la Lombardia. Piccolo imprenditore attivo nel movimento terra, stava lavorando nel trasporto delle macerie dei lavori per il villaggio olimpico di Porta Romana, quello costruito da Coima. Doveva portare in una sua discarica il materiale proveniente dalla demolizione e bonifica delle vecchie strutture delle Ferrovie dello Stato, ma è finito agli arresti domiciliari con l’accusa, ancora da provare, di trasferimento fraudolento di beni e appropriazione indebita: formalmente risultava solo un autista, dipendente di un’azienda che invece controllava e che aveva intestato ad alcuni prestanome, tra cui sua figlia, ottenendo così l’iscrizione alla white list delle imprese. Così aveva ottenuto anche un subappalto per le demolizioni nell’area dell’Ortomercato di Milano.
Nel commentare l’inchiesta, la procuratrice milanese antimafia Alessandra Dolci ha sostenuto che «si tratta di qualcosa di più di una infiltrazione mafiosa nei lavori per i Giochi olimpici del 2026. È un caso di intestazione fittizia di beni e società da parte di un personaggio già condannato per associazione mafiosa. Ferma restando la presunzione di innocenza, siamo di fronte a un soggetto che continuava a lavorare nonostante le interdittive, utilizzando dei prestanome. E bypassando il sistema della white list».
Il sistema dei controlli, per le Olimpiadi 2026, si è dimostrato ancora più debole di quello che era stato costruito per Expo 2015: «Le verifiche sono state accentrate al ministero dell’Interno. Non ho contezza», sostiene Dolci, «dell’efficacia dei controlli, che non sono più a livello locale».
Il governo Meloni ha peggiorato la situazione elevando per legge una sorta di scudo per proteggere la Fondazione. È formalmente privata, ma è completamente controllata e garantita dal pubblico, dunque i suoi rappresentanti dovrebbero essere considerati pubblici ufficiali, soggetti alle leggi sulle società pubbliche che puniscono la corruzione e il traffico di influenze. Ma ecco che il governo Meloni ha decretato che la Fondazione è una società a tutti gli effetti privata, così da evitare o depotenziare ulteriori inchieste giudiziarie (anche a rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale).
Se Portolesi è personaggio di ’ndrangheta, attorno ai lavori olimpici hanno ronzato anche uomini di Cosa nostra: quelli della società Infrastrutture M&B, che secondo la Direzione distrettuale antimafia di Milano è espressione delle famiglie mafiose di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Due uomini, arrestati nell’estate del 2024, puntavano (senza però riuscire ad aggiudicarsi la gara) ai lavori per un parcheggio interrato a Livigno, un’opera da 28 milioni di euro bandita da Infrastrutture Milano-Cortina 2026 spa: «Un bel lavoro», dicevano gli arrestati, «c’è un mare di movimento terra».
Don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera, tornato nel settembre 2025 nel paese dov’è nato, Pieve di Cadore, per festeggiare gli 80 anni, ha lanciato un allarme: «Sono preoccupato per la speculazione in atto sulle Dolomiti». Ha parlato di «effetto Olimpiadi», di «acquisto massiccio di immobili da parte di investitori internazionali, da utilizzare durante il periodo olimpico». E si è detto «indignato per la sottrazione di fondi per l’antimafia passati alle Olimpiadi».
Un bel gemellaggio, quello tra Milano e Cortina: a Milano (soprattutto) gli affari, a Cortina (soprattutto) gli scempi. Il Fatto quotidiano li ha documentati pubblicando fotografie e video. Nel settembre 2024 anche il Corriere della Sera ha pubblicato alcune immagini che mostrano gli abbattimenti di centinaia di larici secolari, commentate da un vibrante Gian Antonio Stella che scrive: «Macché droni! Non servono droni, funamboli o reporter acrobatici appesi ai tralicci per fotografare la distruzione dei boschi sopra Cortina. A dispetto dei top secret, dei divieti, delle denunce di misteriosi robot teleguidati, basta salire sulla cabinovia Freccia nel cielo che ascende verso la spettacolare Tofana per “ammirare le Dolomiti patrimonio Unesco” (così dice il depliant!) ed ecco che, di sotto, si spalanca l’oscena devastazione di quello che fino a pochi mesi fa era il Parco Avventura, dove i ragazzini seguivano un percorso di larice in larice all’Indiana Jones. Sventrato».
Ma le proteste sono restate inascoltate. Gli scempi ambientali sono proseguiti. Gli affari hanno trionfato. Le gare olimpiche sono solo lo sfondo su cui si muovono le imprese e la politica, la propaganda e gli affari. Del resto, come dice la frase che Pierre de Coubertin riprese dal vescovo anglicano Ethelbert Talbot, «L’importante non è vincere, ma partecipare».
Questa è la prefazione al libro di Giuseppe Pietrobelli, Una montagna di soldi, Paper First editore, ottobre 2025

