San Siro, la delibera fantasma/2
La strana storia della delibera di giunta non votata dalla giunta appassionerà a lungo gli esperti di diritto amministrativo. Chissà se anche i consiglieri comunali di Milano. È successo a Palazzo Marino. Dopo mesi di suspense e di ripetuti annunci, finalmente mercoledì 17 settembre si riunisce la giunta comunale di Giuseppe Sala con tutti i suoi assessori per varare la delibera sull’affare San Siro. La discutono, la “esaminano”, ma non la votano.
Dopo la riunione di giunta, il sindaco vola a Genova e lascia alla sua vice Anna Scavuzzo il compito di annunciare che è stata “varata” e ora è pronta ad andare in Consiglio comunale per l’approvazione. La parola “votata” non la dice nessuno ma, da che Comune è Comune, le delibere escono dalla giunta con il voto di sindaco e assessori. Infatti i giornali (tranne il Fatto) scrivono che la delibera su San Siro è stata votata. Invece è stata presentata e un poco discussa (la assessora al Verde ha ripetuto la sua già annunciata contrarietà), ma mai messa in votazione.
Sul frontespizio del documento, dopo il numero 1323-2025, si leggono i nomi dei quattro proponenti (i dirigenti comunali Carmela Francesca, Filippo Salucci, Simona Collarini e il direttore generale Christian Malangone) e, sotto, di tre assessori (la vicesindaca Scavuzzo, il responsabile delle Finanze Emmanuel Conte e dello Sport Martina Riva). Stop.
Questa volta non c’è la solita griglia con i nomi di tutti gli assessori con accanto il voto che hanno espresso. La patata bollente viene passata al Consiglio comunale, per di più – ad annunciarlo è Scavuzzo – senza possibilità di modifiche: prendere o lasciare, gli emendamenti sono esclusi. La delibera di giunta senza voto della giunta resta sospesa (con validità zero) come “proposta di delibera”, che però i consiglieri comunali devono prendere con la massima serietà, votandola a scatola chiusa. Resta un atto senza alcuna validità, un brogliaccio affidato al Consiglio senza alcuna validità amministrativa.
Di certo toglie a sindaco e assessori una bella responsabilità e qualche rischio: di essere eventualmente chiamati a rispondere della loro decisione e della loro firma – chessò – da un pm della Procura che stia indagando sull’eventuale danno procurato ai cittadini vendendo un bene pubblico; o dai magistrati della Corte dei conti che volessero appurare se il prezzo è giusto oppure si è consumato un danno erariale alle casse del Comune. Ora tutta la responsabilità passa ai consiglieri comunali, che dovranno fare quello che sindaco e assessori non hanno fatto: metterci la firma.
Nido alla milanese
Intanto le inchieste della Procura vanno avanti e il sindaco ha una nuova sorpresa. L’imprenditore immobiliare Mirko Paletti, che nei giorni scorsi ha ricevuto un avviso di fine indagini dalla pm Giancarla Serafini, nel 2021 ha finanziato la campagna elettorale di Sala, che quell’anno fu riconfermato sindaco.
È accusato di abusi edilizi per la realizzazione del palazzo “The Nest” (il Nido), un edificio di otto piani costruito in un cortile, in via Fontana 22, a un passo dal Palazzo di giustizia. Senza piano attuativo, ma con Scia (segnalazione certificata di inizio attività) come “ristrutturazione edilizia” di una autorimessa che è stata completamente demolita. Paletti è rappresentate legale della Fil Casa. Risulta che abbia versato 10 mila euro “a mezzo bonifico bancario”, attraverso la Società Trading Immobiliare spa, per la campagna di Sala sindaco del 2021.
Il versamento emerge dalla documentazione che il mandatario elettorale di Sala, Luigi Di Marco, ha inviato come d’obbligo alla presidenza della Camera dei deputati, secondo quanto stabilito dalla legge sul finanziamento elettorale. Paletti fu coinvolto nel 2024 in una indagine ligure: fu arrestato (ai domiciliari), insieme al fratello Raffaele, con l’accusa di corruzione del sindaco di Portovenere, Matteo Cozzani, nel filone spezzino dell’inchiesta che ha portato alle dimissioni di Giovanni Toti da presidente della Regione Liguria. Ora è sotto osservazione dei magistrati di Milano.
