GIUSTIZIA

L’addio alla toga, orgoglioso e triste, del pm Fabio De Pasquale

L’addio alla toga, orgoglioso e triste, del pm Fabio De Pasquale Milan, ITALY: Italian Prosecutor Fabio De Pasquale arrives for the Berlusconi-Mills tax fraud trial at the Milan courthouse 21 November 2006. The trial of and his British lawyer David Mills was adjourned today to next week after the defense demanded the recusal of one of the judges. The defense argued that Judge Edoardo d'Avossa ruled in other trials involving Berlusconi, notably the "Medusa" case in which he was acquitted of false accounting after initially being sentenced to 16 months in jail. AFP PHOTO / Paco SERINELLI (Photo credit should read PACO SERINELLI/AFP/Getty Images)

In questa estate di giornalismo alle vongole (sgusciate), è passata quasi inosservata la notizia delle dimissioni dalla magistratura di una toga che ha segnato la storia d’Italia: a luglio, Fabio De Pasquale ha lasciato, in silenzio, l’ordinamento giudiziario, dopo 42 anni di lavoro e a poco più di un anno dalla pensione.

Procuratore aggiunto a Milano, dal 2017 è stato responsabile del dipartimento che si occupa della corruzione internazionale, voluto dall’allora procuratore Francesco Greco. Aveva preso sul serio il suo incarico, tanto da non fermarsi quando le indagini erano arrivare a Eni, il colosso energetico controllato dal governo italiano con affari nel mondo. Con i sostituti procuratori del suo dipartimento aveva aperto inchieste su operazioni realizzate da Eni in Algeria, in Nigeria, in Congo.

Aveva ricevuto il sostegno, dall’estero, del gruppo anticorruzione dell’Ocse, l’organizzazione mondiale per la cooperazione e lo sviluppo economico, che da anni chiede agli Stati membri di vigilare sulla correttezza delle operazioni transnazionali affinché nessuna azienda, nessuna nazione possa usare la tangente come indebito “vantaggio competitivo”, come arma per falsare la concorrenza e il libero mercato. In Italia coloro che si dicono sostenitori del libero mercato erano stati più timidi: a mezza bocca dicevano che “così fan tutti”, che “senza mazzette in Africa non si lavora”, che non si poteva azzoppare un “campione nazionale” come Eni.

Le indagini sono state compiute tra mille difficoltà, ma i giudici alfine hanno sempre prosciolto Eni e i suoi manager. Nell’ultimo dei processi, i vertici di Eni e Shell erano accusati di aver ottenuto il gigantesco campo d’esplorazione petrolifero Opl 245 pagando a politici e pubblici ufficiali nigeriani una super-mazzetta di 1,092 miliardi di dollari, la più grande tangente della storia italiana.

Nel marzo 2021 era arrivata l’assoluzione per tutti: e questa è normale dialettica processuale. Inedito invece il seguito: i due pm del processo, De Pasquale e il suo collega Sergio Spadaro, erano stati accusati e processati a Brescia con l’imputazione, mai contestata prima in Italia, di rifiuto d’atti d’ufficio, per aver nascosto prove a discarico degli imputati. Condannati in primo grado e in appello. Il 19 giugno 2026 la Cassazione ha ribaltato le sentenze e li ha assolti con formula piena.

Nel frattempo De Pasquale non era stato confermato dal Csm come procuratore aggiunto ed era tornato, in silenzio, a occuparsi di processetti come un pm alle prime armi. Pochi in questi anni lo hanno difeso, tra gli stessi colleghi. Tra questi, Nello Rossi che nel gennaio 2025 era intervenuto su Questione giustizia con un lungo saggio in cui metteva in discussione che il non aver depositato “atti incompleti e ancora in divenire, non formati dai pubblici ministeri procedenti ma provenienti da altro procedimento” potesse essere considerato “rifiuto di atti di ufficio”.

Poi la Cassazione ha fatto giustizia. Sono restate l’amarezza e la lunga solitudine. Così, dopo aver visto salvato il suo onore, De Pasquale ha deciso di abbandonare quella magistratura in cui non si sentiva più a casa sua. I suoi successi precedenti erano stati dimenticati, quando non erano diventati oggetto di feroci polemiche politiche o di inconfessate invidie.

Pur fuori dal pool Mani pulite, aveva ottenuto, nel 1996, la prima condanna di Bettino Craxi: per corruzione, per aver affidato alla Sai di Salvatore Ligresti i contratti assicurativi di tutti i 140 mila dipendenti di Eni, in cambio di una tangente di almeno 20 miliardi di lire. Nel 2013 ottiene l’unica condanna definitiva per Silvio Berlusconi: De Pasquale aveva trovato le prove della frode fiscale sui diritti televisivi realizzata attraverso un vorticoso giro di società estere create dall’avvocato David Mills. Ma oggi De Pasquale considera la sua assoluzione la sola vera vittoria della carriera. Però no, non farà il tradizionale brindisi d’addio ai colleghi al quarto piano del Palazzo di giustizia.

Il Fatto quotidiano, 28 agosto 2026
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