Giornalismo alle vongole (sgusciate) anche nella Milano dei lavori mai finiti (e degli alberi lasciati morire)
Un tempo, quando il giornalismo esisteva ancora, si diceva che la notizia non è il cane che morde l’uomo, ma l’uomo che morde il cane. A leggere le cronache milanesi dei grandi giornali, invece, è notiziona la normalità, cioè che i cantieri per i lavori in città, dopo essere stati aperti, si chiudano: che una corsia per i bus sia (quasi) completata, che un tram torni a passare sulle sue rotaie, che le ciclabili siano aperte alle biciclette.
Sarà l’arietta già elettorale, sarà la voglia di rassicurare i milanesi che tutto va bene, che la giunta e il sindaco (uscenti) sono bravissimi: titoli e articoli sono rasserenanti, rincuoranti, tranquillizzanti, confortanti. Contro i (pochi) gufi che enumerano le cose che non vanno (cioè danno notizie), i grandi giornali confortano, anticipando perfino con enfasi la chiusura di cantieri che in realtà sono ancora aperti (un tempo erano i politici, in campagna elettorale, a tagliare i nastri di opere non ancora concluse).
Come stupirsi, del resto, nell’era in cui il giornalismo dominante trasforma un conduttore tv vittima di un attentato in uno da epurare e glorifica invece gli amici lavitoliani tra cui quello che ci racconta come Valterino lo avesse conquistato servendogli gli spaghetti con le vongole, sgusciate? Siamo rimasti, da Mario Pannunzio a Paolo Mieli, “l’Italia alle vongole”: ma oggi sgusciate.
Di fronte a tali vette del giornalismo, come stupirsi dunque delle piccolezze milanesi? Milano ha il record (tra i tanti) di avere una circonvallazione che non è completata, con la corsia per i filobus (le mitiche 90 e 91) bloccata da 13 anni. La corsia preferenziale per il trasporto pubblico è rimasta non si sa perché interrotta da piazza Stuparich a piazzale Lotto fino a piazza Zavattari. Trasformata in parcheggio. Adesso sarà finalmente aperta: miracoli della campagna elettorale. (In verità è stato aperto solo un senso di marcia, per l’altro dovremo aspettare ancora qualche mese. E ancora un anno per i tratti tra piazzale Caiazzo e viale Abruzzi e tra piazza Cappelli e via Tertulliano).
In 13 anni Milano ha costruito grattacieli con la Scia, palazzi nei cortili, studentati con record olimpionici di alti affitti per gli studenti, ha cementificato, occupato suolo, edificato milioni di metri cubi di abitazioni private, arricchito banche e fondi immobiliari, fatto girare il lunapark della rendita. Ma non è stata in grado, in 13 anni, di aprire 800 metri di corsia per il trasporto pubblico. La libera stampa però oggi gioisce ed esalta il traguardo raggiunto, il grosso risultato, la grande conquista.
Povera circonvallazione milanese: un paio d’anni fa, quando Giorgio Armani annunciò di voler donare 350 alberi da piantare lungo i 40 chilometri dell’anello urbano, la stampa milanese ebbe una serie di orgasmi, il Corriere titolò: “Rivoluzione verde”, Repubblica scrisse: “Arriva la Green Circle”. Ci volle l’indimenticato Carlo Monguzzi, verde vero in polemica con l’assessora babilonese del verde pensile e del greenwashing, a fare i conti, facili facili: “Saranno due alberelli ogni 230 metri, piantati nell’asfalto”.
Non abbiamo visto neanche quelli, o se li hanno piantati saranno morti perché nessuno li ha curati e annaffiati. Come sono morti anche quest’anno centinaia di alberelli di quell’altra ideona che piace tanto a Stefano Boeri: “ForestaMi”. Tagliano alberi imponenti per far spazio a nuove costruzioni (nel bosco di via Falck, per esempio) e poi per cercare di far quadrare la contabilità del verde piantano alberelli che muoiono assetati.
Quest’estate è successo alla Collina dei ciliegi alla Bicocca, al quartiere Adriano, in via Solari, in piazza Caiazzo, ai giardini di via Erice, al parco Lambro, in piazza Oberdan, al parco Formentano di Porta Vittoria, in via Dudovich, in via Gentilino, al parco Bompiani: come documentano con foto inequivocabili su Instagram i cittadini del comitato “ForestaMi e poi DimenticaMi”. I giornali però, impegnati a glorificare la “rivoluzione verde”, non si sono accorti della grande moria.
