Rivelazioni. “Quando inventammo 400 candidati per convincere Berlusconi”
di Marco Lillo / il Fatto quotidiano, 13 giugno 2026
Al processo contro Salvatore Baiardo (per fatti che poco c’entrano, cioè favoreggiamento e calunnia aggravati) emergono un paio di retroscena utili per inquadrare meglio il lascito di Berlusconi a tre anni dalla sua morte. Il 10 giugno a Firenze il pm Lorenzo Gestri chiede conto al testimone Gianfranco Miccichè di una conversazione con Marcello Dell’Utri del 15 ottobre 2021.
Il viceré in Sicilia negli anni d’oro di Publitalia e Forza Italia sente il suo ex capo, intercettato e indagato allora, poi archiviato, mentre esce dalla Scala di Milano dopo avere visto Il Barbiere di Siviglia. Miccichè lo aveva cercato dopo una cena con Matteo Renzi all’enoteca Pinchiorri di Firenze annaffiata con un grande rosso: Guado al Tasso Antinori. Era il periodo di “Forza Italia Viva” come la chiamavano Renzi e Dell’Utri, tra il serio e il faceto.
Un presidente per la grazia a Dell’Utri
Renzi a cena era stato prodigo di rivelazioni su B. e la scelta del Presidente della Repubblica nel 2015, quando a causa dell’elezione di Mattarella e non di Giuliano Amato (fortemente voluto da Berlusconi) si ruppe il patto del Nazareno tra il premier Renzi e B. Renzi avrebbe detto a Miccichè, che lo riporta subito all’amico Marcello, che Berlusconi allora “mi ha detto dieci volte ‘io ho bisogno solo di un presidente della Repubblica che dia la grazia a Marcello, tutto il resto non me ne frega un cazzo’, perché me lo ha ripetuto dieci volte (…) ‘perché io sto troppo male perché so che (…) Marcello è in galera per colpa mia’”.
Miccichè spiega che a detta di Renzi, lui fece saltare il patto con B. sulle riforme costituzionali preferendo Mattarella quando scoprì che Berlusconi aveva già raggiunto un accordo su Amato alle spalle di Renzi, con il nemico D’Alema. In aula Miccichè ha confermato questa lettura facendo capire, senza dirlo, che Amato era considerato da Berlusconi più disponibile a dare la grazia a Dell’Utri.
Miccichè e Dell’Utri convengono poi al telefono che Berlusconi ha ragione nel legare i guai giudiziari di Dell’Utri a quel che fece nel 1993. A quel punto svelano un retroscena sulla nascita di Forza Italia.
Forza Italia, 400 candidati inesistenti
Miccichè: “Noi ce li siamo inventati Marcello, ci siamo presi fotografie finte, (incomprensibile), curricula finti, ma che ce lo siamo scordati quello che abbiamo fatto”.
Dell’Utri: “E dall’elenco del telefono li abbiamo presi”.
Miccichè: “Dall’elenco del telefono, ognuno di noi dalle regioni che portava nomi inesistenti, quando tornavo a casa e li raccontavo ridevamo tre ore intere non ci riuscivamo a fermare” (ridono).
La presidente del Tribunale Anna Favi, incuriosita, chiede cosa volesse dire. Miccichè non si tira indietro: “Un giorno facemmo una riunione all’albergo a Milano 2 (“Hotel Jolly- spiegherà poi ai giornalisti – era 3 o 4 mesi prima della discesa in campo del 26 gennaio 1994”, ndr) e Berlusconi ci riunì per sapere a che punto fosse (…) Marcello Dell’Utri ci disse ‘abbiamo una scelta da fare (…) se noi diciamo a Berlusconi che non abbiamo candidati (…) è chiaro che Berlusconi ci dice basta. Allora è fallita l’operazione. (…) se invece noi decidiamo che questa operazione ci convince e la vogliamo fare, ci dobbiamo inventare i candidati”.
La presidente chiede che vuol dire e Miccichè: “Mi viene da ridere solo a pensarci: fotografie finte, cognome finto, finto curriculum, finti. Cioè noi abbiamo preparato 400 candidati inesistenti che abbiamo consegnato a Berlusconi, è stata la più grande finzione di questo mondo (…) io avevo un amico mio che si chiamava Vincenzo La Barbera, era commercialista. Lo chiamavano, invece che Vincenzo, Antonio e gli misi la sua fotografia e dissi che era medico (…) per convincere Berlusconi ad andare avanti sulla costruzione del partito. Forza Italia era necessaria (…) Dell’Utri, aveva creato questa squadra, eravamo quasi tutte persone di Publitalia. E quel giorno, in quell’albergo di Milano 2, rassegniamo la situazione qual era. Dell’Utri disse che facciamo? Rinunziamo? Diciamo a Berlusconi che non siamo stati capaci di ritrovare questi candidati oppure creiamo questa apparenza? Ma dette un input da una parte o dall’altra mi scusi, (…) quindi lui lo voleva il partito, Dell’Utri lo voleva il partito, ha detto sì”.
Tutti in aula sono concordi su un punto: Dell’Utri fu decisivo e 30 anni dopo B. se ne ricorda chiedendo la grazia ai candidati al Quirinale. Le letture divergono sul senso del ruolo del fondatore di FI. I pm ipotizzavano che avesse stretto un patto, proprio nel 1993, con i boss che facevano le stragi al centro-nord con finalità eversive.
Ipotesi archiviata. Miccichè offre in aula una lettura opposta: “Non era fatta, credetemi, (…) per favorire la mafia né per fare altro. Era soltanto perché si credeva molto nel fatto che si potessero cambiare le cose in questo Paese e abbiamo sbagliato, non sono cambiate”.
