2026, ora l’operatore internazionale abbandona Milano
Il cerchio si chiude. La gloria mediatica di Giuseppe Sala si era aperta con Expo (anche grazie ai milioni regalati ai giornali dall’allora amministratore delegato dell’esposizione, “per massima visibilità” dell’evento). E rischia di chiudersi, undici anni dopo, con Mind, il nome dato alla sfortunata operazione immobiliare da realizzare sui terreni di Expo 2015.
Lendlease, lo sviluppatore australiano che la sta completando (non senza difficoltà), potrebbe lasciare le sue attività italiane. Ha già venduto l’altro grande progetto che aveva avviato a Milano, Santa Giulia, un’operazione da 1,8 miliardi iniziata nel 2004 per edificare residenze (3 mila appartamenti), spazi commerciali, uffici, hotel, per un totale di 385 mila metri quadrati.
L’ha passato a Bizzi & Partners (già attivo sulle aree Falck di Sesto San Giovanni) per 150 milioni di euro, con una perdita ammessa di circa 175 milioni di dollari. Lendlease ha concluso questa vendita dopo aver annunciato un piano di riorganizzazione che prevede la liquidazione delle attività negli Stati Uniti e in Europa, per far fronte alle difficoltà finanziarie e alle perdite del suo titolo in Borsa.
Le ombre di questa operazione si proiettano inevitabilmente anche su Mind, presentato come “distretto dell’innovazione” per dare un senso urbanistico alle aree private comprate a caro prezzo dal pubblico (Comune di Milano e Regione Lombardia) per farci Expo 2015, senza avere un progetto di come utilizzarle alla fine della super-fiera.
Le promesse dell’allora presidente del Consiglio (Matteo Renzi) erano di farci arrivare “aziende come Ibm, Nokia, Bayer”, attirate da un piccolo polo tecnico-scientifico, Human Technopole, e dalle facoltà scientifiche dell’Università Statale, deportate da Città Studi. Lendlease aveva comprato il pacchetto con l’intenzione di aggiungere una robusta quota di residenze.
Undici anni dopo Expo, siamo ancora lontani da vedere che cosa sia Mind. Siamo a un terzo dell’operazione. Ciò che è andato avanti è la parte pubblica (Human Technopole, Università Statale…) e l’ospedale Galeazzi (gruppo San Donato) che vive dei finanziamenti pubblici per la sanità.
Molto in ritardo invece la parte privata, che prometteva di dare un senso e di rendere conveniente l’operazione Mind anche al pubblico. Ibm, Nokia e Bayer, che Renzi aveva annunciato come impazienti di impiantarsi qui, non si sono viste; vedremo ora se Lendlease, appena fuggita da Santa Giulia, lascerà anche Mind.
Non si può scambiare la crisi di un operatore con la crisi generale del mercato immobiliare, ma la prima lezione (provvisoria, certo) che se ne può ricavare è che il privato, rapido a incassare quando fa profitti, è ancor più rapido ad abbandonare il terreno quando non vede certezza di remunerazione del capitale: legittimo, è il mercato. Peccato però che il pubblico si affidi sempre al privato, rischiando di pagare il conto finale.
La seconda lezione (simbolica) è che siamo arrivati a una svolta d’epoca. È finita la fase gloriosa dello sviluppismo perseguito da Sala, quello della Milano place to be e altre narrazioni zuccherose; è finita la fase espansiva dell’immobiliare come unico driver dello sviluppo urbano, lasciato al mercato e ai privati senza alcuna vera regia pubblica e soprattutto senza compensazioni per la città, che intanto subiva una trasformazione che ne faceva sì una metropoli “attrattiva” grazie agli enormi profitti garantiti agli operatori e ai fondi internazionali, ma anche la città più cara d’Europa per costo dell’abitare in rapporto al livello degli stipendi, impoveriva il ceto medio, escludeva 400 mila cittadini costretti a lasciare Milano.
Stupisce non vedere, dentro la politica (che di fatto ha già cominciato la campagna elettorale per il nuovo sindaco) alcun cenno di autocritica per un Modello Milano che, impersonificato da Sala, ha realizzato l’esatto opposto di quella che dovrebbe essere la mission della sinistra: la riduzione delle disuguaglianze.
