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Caro Nordio, ecco perché la tua riforma dei giudici (la stessa di Gelli) è eversiva

Caro Nordio, ecco perché la tua riforma dei giudici (la stessa di Gelli) è eversiva

Era il piano di Licio Gelli? E che male c’è? Separare le carriere dei magistrati era ed è “un’opinione giusta, non si vede perché non si dovrebbe seguire perché l’ha detto lui”. Così parlò Carlo Nordio, ministro della Giustizia. “Anche l’orologio sbagliato segna due volte al giorno l’ora giusta”. In verità, la segna l’orologio fermo: quello sbagliato è sbagliato 24 ore su 24. Ma Nordio continua imperterrito: “Io non conosco il piano della P2”. Grave, per un ministro della Repubblica la cui storia è stata segnata dalla P2, dagli anni Sessanta fino a oggi. Gli proponiamo un rapido ripasso delle imprese di Gelli, dal golpe Borghese alla strage di Bologna.

Vita movimentata, quella di Licio, fin dall’adolescenza. A 13 anni è espulso da tutte le scuole del regno per aver preso a calci un professore antifascista. A 18 si arruola volontario per combattere in Spagna a fianco dei franchisti. A 26 è arrestato per reati comuni (fra i quali furto e sequestro di persona) commessi con la camicia nera. Fascista, è gran maestro del doppio gioco. È in stretto collegamento con il comando tedesco, ma a partire dal 1942, annusata l’aria, apre contatti con i servizi segreti inglesi e poi, dal 1944, con il Cic (Counter Intelligence Corps) della quinta armata americana.

Dopo la liberazione, rischia la fucilazione, ma viene salvato dai dirigenti del locale Cnl. Poi emigra in Argentina, dove attiva nuovi rapporti. Tornato in patria, scala le gerarchie massoniche. Diventa un volonteroso funzionario del doppio Stato e della “guerra non ortodossa” al comunismo. A capo della loggia segreta P2, seleziona gli ufficiali anticomunisti dell’esercito pronti al colpo di Stato. È lui che nella notte dell’8 dicembre 1970 è pronto a entrare con una squadra armata al Quirinale, per fare prigioniero il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Il golpe viene sospeso all’ultimo momento dagli Usa. Ma resta protetto: “La figura di Licio Gelli è stata volutamente espunta dagli accertamenti”,  scrive il giudice Guido Salvini. “Del resto si trattava, secondo le parole del generale Maletti, di una ‘persona sacra per il Servizio’”.

Dopo il 1974, la strategia della guerra segreta contro il comunismo cambia: basta con i progetti apertamente golpisti, sostituiti da un più flessibile programma di occupazione di tutti i centri di potere: esercito, intelligence, partiti, imprese, banche, giornali. La P2 organizza questo club del doppio Stato, riservato circolo dell’oltranzismo atlantico, ma anche, all’italiana, variopinta cricca dove si promuovono carriere, affari, corruzioni. Negli anni, inchiesta dopo inchiesta, scopriamo Gelli grande riciclatore dei soldi di Cosa nostra, protagonista della bancarotta del Banco Ambrosiano, regista e finanziatore della strage di Bologna.

Gli ultimi anni li passa tranquillo a villa Wanda, rilasciando interviste in cui dice cose del tipo: “Tutti gli italiani dovrebbero rimpiangere il fascismo, perché sotto Mussolini c’era serenità, lavoro e sicurezza”. Cita sornione anche Silvio Berlusconi, un suo affiliato dei tempi d’oro diventato presidente del Consiglio: “Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo, la giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Dovrei chiedere i diritti d’autore”.

Tutto o quasi: “Manca solo la divisione delle carriere giudiziarie, io ho sempre sostenuto che pm e giudici si debbano odiare”. Ora ci siamo, anche grazie a Nordio. Era tutto già scritto nel Piano di rinascita democratica, elaborato tra l’autunno 1975 e l’inverno 1976: segna il passaggio dell’Italia dalla fase golpista (quella delle stragi e dei tentati golpe tra il 1969 e il 1974) a quella di occupazione dei gangli del potere (dopo il tramonto dell’amministrazione Nixon e il cambio della strategia internazionale dell’oltranzismo atlantico).

Il Piano di rinascita, di cui Gelli è non l’autore, ma il volonteroso propagandista, indica sei obiettivi da realizzare: nei partiti, nella stampa, nei sindacati, nel governo, nel Parlamento. Il quinto punto riguarda “la magistratura, che deve essere ricondotta alla funzione di garante della corretta e scrupolosa applicazione delle leggi”. Come? Realizzando una serie di riforme. Eccole. Introdurre “la responsabilità civile (per colpa) dei magistrati” e “la normativa per l’accesso in carriera (esami psico-attitudinali preliminari)”.

Seguono sei riforme concrete. La prima riguarda la separazione delle carriere, con il pm diviso dai giudici: eccola, la “riforma” che oggi si vuole portare a compimento. Al quarto punto si toglie autonomia al Csm: “Riforma del Consiglio superiore della magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento”. Il quinto punto insiste sulla separazione delle carriere: “Riforma dell’ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle promozioni dei magistrati”. Così possiamo prepararci ai prossimi passi della “riforma” che affonda le radici nel passato più nero della Repubblica.

Il Fatto quotidiano, 20 novembre 2025
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