SISTEMA MILANO

Il Comune vara i “rimedi”. In attesa della Salva-Milano2

Il Comune vara i “rimedi”. In attesa della Salva-Milano2

“Misure rimediali”. È questo l’oggetto dell’ultima delibera di giunta con cui il Comune di Milano cerca di tornare nel solco della legge. Proprio così: “Misure rimediali”. La locuzione suona un po’ neolingua burocratico-amministrativa, ma dice la necessità di “rimediare”, di adeguarsi alle leggi urbanistiche, dopo le indagini della magistratura.

In particolare alle norme – per niente confuse – che distinguono “nuova costruzione” da “ristrutturazione”. Ci dev’essere continuità tra ciò che si abbatte e ciò che si ricostruisce. Il nuovo edificio deve avere la stessa volumetria di quello abbattuto. Demolizione e ricostruzione devono avvenire nello stesso arco temporale. Senza l’accorpamento di volumi che erano prima suddivisi.

Questi sono, in sintesi, i criteri indicati nella sentenza del Consiglio di Stato emessa il 4 novembre, come ultima parola della giustizia amministrativa su uno dei casi sotto inchiesta a Milano, la palazzina tirata su in un cortile di via Fauchè. Nove giorni dopo, il 13 novembre, la giunta di Milano prende atto e si adegua, votando la delibera sulle “misure rimediali”. Il Consiglio di Stato chiama, la giunta di Milano risponde.

In verità, anche la Cassazione si era espressa nella stessa direzione. Già il 24 luglio, era intervenuta su un altro dei casi milanesi, quello delle Torri Lac di via Cancano, tre grattacieli affacciati su un laghetto al bordo del parco delle Cave, costruiti con una Scia (Segnalazione certificata d’inizio attività) come fossero “ristrutturazione” della vecchia fabbrica delle pompe Peroni. Sono invece “nuova costruzione”, con il conseguente obbligo di pagare gli oneri: così stabilisce definitivamente la Cassazione, dando ragione a pm e gip.

Già a luglio, dunque, il Comune avrebbe potuto far decollare le sue “misure rimediali”. Invece ha aspettato la pronuncia del Consiglio di Stato, forse sperando che potesse essere difforme da quella della Cassazione, per poter giocare sulla (inesistente) “differenza interpretativa” tra giustizia penale e giustizia amministrativa. Aspettativa delusa: si confermano a vicenda.

A questo punto partono le “misure rimediali”, con una vistosa assenza in giunta: quella del sindaco Giuseppe Sala, la cui firma non compare nella delibera. Forse era impegnato a inseguire dialoghi impossibili. “Serve un dialogo con la Procura”, ripete da tempo, “quello che serve è parlarsi, perché altrimenti Milano resta in uno stallo”. Ma la Procura parla con i suoi atti, seguendo i codici, e non può certo mettersi ad aprire impossibili trattative con i suoi indagati.

L’aspetto curioso della vicenda è che, mentre da una parte si vara la delibera che ammette l’errore di aver considerato “ristrutturazione” le nuove costruzioni, perdendo oneri per milioni di euro, dall’altra si dice “mi adeguo ma non mi piego”: è la vicesindaca Anna Scavuzzo a dichiarare che il Comune di Milano “mette in campo una serie di misure correttive per gli interventi di urbanistica che sono oggetto delle inchieste o che rischiano di esserlo”, per “riorientare l’attività degli uffici comunali”; ma senza ammettere colpe e solo in attesa di altro: “Aspettiamo un’azione complessiva che permetta di adeguare le norme in materia urbanistica alle istanze che da diverse città oggi emergono, non più solo da Milano”.

Una nuova Salva-Milano, formato magnum, per tutta l’Italia. La contraddice il capogruppo di Fratelli d’Italia in Comune, Riccardo Truppo: “Questi colpevoli ritardi sono inaccettabili, come il tentativo continuo di buttare la palla in corner chiedendo norme nazionali che invece non servono”.

Intanto emerge una incauta scelta del Comune. Quando, in seguito alle inchieste, sono stati riorganizzati gli uffici dell’urbanistica, Sala ha assunto come dirigente Massimiliano Lippi, oggi al vertice della Direzione attuazione diretta Piano di governo del territorio e Sportello unico edilizia. Ma ora emerge (lo segnala l’agenzia LaPresse) che Lippi nel 2023 è stato condannato in via definitiva dalla Corte dei conti a risarcire al Comune di Arcore, dove era dirigente, un danno erariale di 400 mila euro, insieme all’allora sindaco di Forza Italia, Marco Rocchini: per una complessa vicenda urbanistica partita dalla trasformazione di un’area da agricola a produttiva. L’uomo giusto per le “misure rimediali” del Modello Milano.

Il Fatto quotidiano, 15 novembre 2025
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