CULTURE

Cartolina (filosofica) dalla Grecia, patria (perduta) dell’Occidente

Cartolina (filosofica) dalla Grecia, patria (perduta) dell’Occidente

Oggi è terra di vacanze, discoteche della trasgressione, spiagge battute dal meltemi, isole dalle case bianche e blu. Ma, almeno dalla fine del Settecento, la Grecia è stata la patria da cui proveniamo, il luogo delle radici dell’Europa, il fondamento storico-culturale di ciò che chiamiamo Occidente. Omero, Pericle, Platone hanno definito la nostra identità, hanno costruito il nostro destino.

A cominciare sono stati Winckelmann, Goethe, Hegel. Hanno disegnato la Grecia antica come la Heimat di cui avere nostalgia. Ora che l’Europa è smarrita e l’Occidente fa davvero onore al suo nome (terra del tramonto, della caduta), quali segni del nostro destino troviamo nell’intrico della foresta greca popolata da guerrieri, dei e filosofi? Ci aiuta a decifrarli il libro di Mauro Bonazzi, Il demone della nostalgia (Einaudi).

Ricostruendo “l’invenzione della Grecia”, da Friedrich Nietzsche a Hannah Arendt, mostra come nel tempo si sia attinto a quel numinoso passato storico, mitologico, letterario, filosofico, per fondare il mito della modernità e costruire l’identità dell’Europa, plasmata sulla perfezione della bellezza ideale degli antichi, per legittimare i loro eredi moderni, lanciati alla conquista (culturale, economica, militare) del mondo. L’“invenzione della Grecia” è arma ideologica dell’eurocentrismo ottocentesco, ma al tempo stesso raffinata meditazione sulla sua crisi.

Il primo a rompere l’incanto è Nietzsche. Spezza il mito dell’ellenismo tedesco, culto di forma, misura, serenità, ordine e armonia, e ribalta l’immagine classicista della Grecia apollinea, gettandola nel ribollire dionisiaco. Alla filosofia di Platone (“La più grande disgrazia d’Europa”), al teatro di Euripide, Nietzsche contrappone Omero ed Eraclito, Eschilo e la Grecia arcaica della prima tragedia, capace di guardare nell’abisso dell’orrore, della confusione e del dolore che segnano la condizione umana.

Dopo Nietzsche (e non senza un utilizzo maldestro di Nietzsche), trionfa un’altra Grecia, dionisiaca sì, ma della pura forza, utile a fondare il mito pangermanico, nazionalista, razzista, antisemita, del nazismo. Il nemico è l’ebreo, l’Oriente arcaico, la barbarie asiatica, semitica e infine bolscevica che si contrappone alla Grecia di cui i tedeschi si dicono gli eredi capaci di compiere il destino di una civiltà millenaria.

È Auerbach, ebreo in fuga dal nazismo, a cominciare la radicale decostruzione del mito dell’ellenismo, contrapponendo la Bibbia all’Odissea, Gerusalemme ad Atene, la storia al mito. I poemi omerici sono senza sfondo, senza storia, inchiodati al loro presente. La Bibbia invece “contiene abissi”. La base della cultura europea dunque non è greca, ma ebraica. E il nazismo si è rifugiato nel mito per paura e incapacità di fare i conti con la storia.

Continua questa riflessione Simone Weil, ebrea francese, che legge l’Iliade come poema della forza, della guerra, della violenza: è un poema dove non ci sono vincitori poiché tutti sono vinti. Il vero eroe non è Achille, uomo del risentimento, ma semmai il gentile Patroclo. Oppure, per Rachel Bespaloff, ebrea ucraina, lo sconfitto Ettore: l’opposizione tra grecità ed ebraismo diventa così convergenza, poiché anche Omero tenta una tenace ricerca dell’umano.

Il passo più radicale lo compiono Horkheimer e Adorno. Nel 1947, appena sconfitta la furia hitleriana, contraddicono la tesi che il nazismo sia la negazione irrazionale della razionalità illuminista che aveva liberato gli uomini dall’oppressione originaria del mito. Il nazismo è invece il pieno compimento della vocazione totalitaria della Ragione. Odisseo è, sì, l’eroe che libera gli uomini dalle fascinazioni del mito; ma è anche l’eroe proprietario che guida la sua nave e, legato all’albero, si nega da solo la felicità delle sirene. Intanto i suoi marinai con le orecchie tappate, “aggiogati tutti allo stesso ritmo, come l’operaio moderno nella fabbrica”, sono immagine potente di una società sotto il dominio della produzione.

La Grecia, fin da Hegel nostra patria, diventa un approdo impossibile. Eppure Omero, proprio mentre mostra l’orrore e la furia vendicatrice dei vincitori – Odisseo e Telemaco che sterminano i Proci – rivela e insieme denuncia tanta brutalità, lasciando aperta la possibilità che la Ragione del controllo possa essere anche la Ragione di un nuovo viaggio di liberazione.

Arendt torna dopo la sconfitta del nazismo sul luogo dove tutto era nato, la Grecia, e prova a contrapporre a Platone (vita contemplativa) Pericle (vita activa): al filosofo che pensa l’Uomo, oppone il politico che parla agli uomini. Ma la democrazia di Pericle, dietro la facciata, è dominio e forza, strumento politico di una potenza imperialista.

La Grecia, ormai patria perduta dell’Occidente, continua a rifrangersi in mille visioni. Oggi, nel momento supremo di una nuova crisi, la Grecia antica è muta; quella moderna è stata tosata dalla troika. Per Heidegger la tecnica è imposizione (Gestell); oggi, nell’era di Musk, diventa comando, tecno-dominio. Ma l’Europa, dopo tanta passione, dopo tanta erudizione, ha abbandonato perfino la riflessione sul suo passato, ai dilaniati pensatori del Novecento preferisce gli afoni corifei della propaganda, più algoritmo che cultura. La patria Grecia, come l’Europa che la sognava, da Heimat si è trasformata in non-luogo, aeroporto con lounge-music da cui partire per tuffarsi nell’over-tourism. Intanto si odono cupi ritmi di guerra.

Il Fatto quotidiano, 16 luglio 2025
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