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Quei milioni pagati da Eni a società vicine ad Amara e Armanna

Quei milioni pagati da Eni a società vicine ad Amara e Armanna

di Gianni Barbacetto e Antonio Massari /

Che incredibile coppia, Vincenzo Armanna e Piero Amara, il primo ex funzionario Eni, il secondo ex legale esterno della compagnia petrolifera, entrambi da tempo rinnegati – a dir poco – dalla loro azienda. Il dato sconcertante, infatti, è che i due, attraverso Eni, hanno guadagnato per molti anni pacchi di milioni. Li ha contati, in dollari, la Guardia di finanza di Milano su delega della Procura guidata da Francesco Greco. E a leggere la tabella dei “flussi finanziari da Eni a Fenog e Napag” c’è da rimanere sconcertati. Per parecchi motivi.

Innanzitutto, che cosa sono Fenog e Napag? La prima è una società nigeriana che commercia petrolio. La seconda è una società italiana. Anch’essa, nel suo vasto oggetto sociale, si occupa di oro nero. Fenog porta a Vincenzo Armanna, che per questa società ha lavorato a lungo (e lo fa tuttora). Napag, secondo le accuse, porta direttamente a Piero Amara (sebbene lui smentisca): insomma, ai due rinnegati dall’Eni che a loro volta hanno rinnegato l’Eni accusandola di aver spinto Armanna a cambiare strategia processuale nel processo Eni-Nigeria Opl 245, dove egli stesso e l’amministratore delegato Claudio Descalzi erano accusati di corruzione internazionale (e alla fine assolti in primo grado).

Ci riferiamo all’ormai celebre “patto della Rinascente” (sempre smentito da Eni), quello che, secondo Amara e Armanna, sarebbe stato concluso con l’attuale numero due di Eni, Claudio Granata, nel 2014, affinché Armanna smussasse le sue dichiarazioni nel processo. In cambio – ha sempre sostenuto Armanna – l’Eni gli avrebbe promesso la riassunzione e altre utilità, per qualche milione di euro: “Il cambiamento di linea”, scrive la Procura in un decreto di perquisizione del gennaio 2020, “e l’attenuazione delle dichiarazioni accusatorie” nei confronti di Descalzi da parte di Armanna nel “processo Eni-Nigeria è stata determinata da promesse di utilità effettuate da Claudio Granata e Michele Bianco, attraverso Piero Amara: in particolare ad Armanna è stata promessa la riassunzione in Eni e lo ‘sblocco’ di alcuni appalti affidati dal gruppo Eni alla azienda nigeriana Fenog, di cui Armanna era consulente”.

Accuse tutte ancora da verificare, poiché il fascicolo è ancora aperto, ma da un interrogatorio di Amara di nove giorni fa, il 13 ottobre, si scopre quanto denaro sia finito nelle tasche di Armanna e di Amara partendo dalle casse del gruppo Eni. Sono, in totale, 132 milioni e 700 mila euro confluiti in Fenog e Napag tra il gennaio 2015 e il 19 dicembre 2018. Periodo immediatamente successivo a quello dell’accordo che Armanna e Amara sostengono di aver stretto con il numero due dell’Eni Claudio Granata alla fine del 2014.

Nel 2019 Armanna e Amara racconteranno alla Procura di Milano dell’accordo. Dal maggio 2019 fino al febbraio 2021 gli incassi di Armanna da Fenog crollano: sono solo 49.850 euro. Dal gennaio 2015 al dicembre 2018, invece, Fenog gli aveva affidato consulenze per ben 6,4 milioni di dollari: circa il 25 per cento di tutte le commesse che Fenog ha ricevuto dal gruppo Eni.

Ipotizziamo che Eni non immaginasse neanche lontanamente che le commesse affidate a Fenog portassero un tale beneficio ad Armanna. Per uno strano scherzo del destino, però, è quello che accade, con le cifre accertate dalla Guardia di finanza nelle sue indagini, e proprio nel periodo indicato da Armanna e Amara come successivo al “patto della Rinascente”. Periodo in cui peraltro Armanna lascia il suo avvocato, Luca Santa Maria, accusandolo, in una email inviata a un altro legale, di infedele patrocinio.

Email finita poi nelle mani di Federico Grosso, all’epoca legale di Eni, che a sua volta la deposita alla Procura di Milano: “Depositavano nelle mani del procuratore della Repubblica” così si legge negli atti del fascicolo che vede Santa Maria vittima di calunnia e tra gli indagati gli stessi Amara, Armanna e Massimo Mantovani, ex capo dell’ufficio legale dell’Eni, poi allontanato dall’Ente, “una email dal contenuto calunnioso e incolpavano, consapevoli della sua innocenza, l’avvocato Luca Santa Maria di infedele patrocinio nei confronti di Armanna in relazione al mandato difensivo ricevuto nell’ambito del procedimento Eni-Nigeria, nel quale era imputato, con l’intenzione tra l’altro di far cadere le accuse che Armanna aveva formulato nei confronti dei vertici Eni (…) e di creare le condizioni per un procedimento disciplinare nei confronti del pm Fabio De Pasquale”.

Quanto a Napag, è una società che per l’accusa (e già per il pm Rocco Fava di Roma) è riconducibile a Piero Amara. Nel 2018 – anno in cui Amara viene arrestato – Napag Italia Srl e Napag Trading Ltd incassano dal gruppo Eni 92,4 milioni di euro. Non solo. Napag incassa anche da Fenog 800 mila dollari nel 2017. Quando il procuratore di Milano Francesco Greco e il sostituto Stefano Civardi gliene chiedono conto, nove giorni fa, Amara risponde: “Nulla so del conto della Napag e non so perché Armanna vi abbia accreditato 800 mila dollari provenienti dalla Fenog. E preciso che non erano indirizzati a me”. Napag e Amara hanno sempre smentito di avere alcun nesso tra loro ed Eni ha persino licenziato Mantovani, proprio in relazione alle operazioni Napag.

La replica di Eni

In merito agli articoli odierni “Eni pagò 92 milioni di euro alla società legata ad Amara” e “Avevo entrature in ambienti renziani tramite Lotti, Bacci, Tiziano e Verdini”, a firma di Barbacetto e Massari, Eni precisa quanto segue.

  • Claudio Granata conobbe Amara dopo la nomina di Claudio Descalzi;
  • Granata mai diede mandati occulti di registrare Armanna il 28 luglio ‘14 o altrimenti. L’altro video del 18 dicembre ‘14, ottenuto dalla procura di Roma a luglio ‘21, conferma la genuinità fattuale ed ideologica del video di luglio, l’interesse economico di Armanna e la condivisione di Amara;
  • Gli avvisi di garanzia ad Eni ed Armanna per OPL 245 sono di luglio ‘14: a marzo non esistevano indagini su Eni o gli AD (notificati nell’autunno, dopo le dichiarazioni di Armanna ai PM del 30 luglio ‘14);
  • Il secondo video (da mesi a mani di Milano) riconnette poi le attività del clan Amara a Trani e Siracusa, legate al defenestramento di Umberto Vergine (a detta di Amara, in lizza nella primavera del ‘14 al posto di Descalzi), a propri referenti “nemici giurati” dello stesso e ben diversi da Descalzi o Granata;
  • Eni (lo ripete all’infinito) ha denunciato a Milano la società Napag da oltre 27 mesi con prove certe e inequivocabili delle truffe subite, indicandone tempi, modi e responsabili;
  • La Fenog operava in Nigeria con Eni anni prima degli eventi. Vincenzo Armanna lavorò in Nigeria e divenne consulente di Fenog in modo occulto e ad insaputa di Eni (sta negli atti del processo OPL 245). Un Direttore di Fenog ebbe inoltre rapporti con ex manager infedeli di Eni. Eni da lungo tempo ha chiuso i rapporti con Fenog ed agito contro la stessa in diversi arbitrati. Secondo la stampa, infine, il direttore di Fenog avrebbe ricevuto da Armanna le risposte da fornire alla rogatoria dalla Procura di Milano.Si noti, evento di inaudita gravità, che la pubblicazione dei recenti verbali consente un coordinamento dichiarativo tra Amara, detenuto, e altri indagati suoi sodali. Chiediamo di pubblicare integralmente questa nostra precisazione.
Gianni Barbacetto e Antonio Massari, Il Fatto quotidiano, 22 ottobre 2021
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