SEGRETI

Bologna, 40 anni dopo. I terrapiattisti del negazionismo

Bologna, 40 anni dopo. I terrapiattisti del negazionismo

Quarant’anni dopo il boato alla stazione, i depistaggi e le campagne negazioniste continuano come il primo giorno. Migliaia di atti, documenti, prove, carte, testimonianze, in undici sentenze pronunciate in tre diversi processi (a Giusva Fioravanti e Francesca Mambro; a Luigi Ciavardini; a Gilberto Cavallini) confermano che la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna è nera ed è stata eseguita dai fascisti dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari.

Eppure proseguono le campagne innocentiste, alimentate da incredibili interviste ai condannati (come quella dell’AdnKronos, che sembra fare il verso all’Agenzia Repubblica dei tempi d’oro di Lando Dell’Amico) e da libri che rimettono in circolo tesi già smontate e smentite, non senza aggiungere piste fantasmagoriche, incredibili raddoppi e non provati collegamenti con la caduta del Dc-9 al largo di Ustica.

La strage di Bologna non è soltanto la più cruenta della storia italiana, con i suoi 85 morti e 200 feriti. È anche la prima a trovare una verità giudiziaria, con la condanna all’ergastolo, già nel 1988 in primo grado e nel 1995 in Cassazione, degli esecutori Fioravanti e Mambro, ma anche dei depistatori della P2 (il Venerabile Maestro Licio Gelli) e dei servizi segreti (il generale del Sismi Pietro Musumeci, il colonnello Giuseppe Belmonte e “l’esterno” Francesco Pazienza).

I depistaggi: sono una costante delle stragi italiane, da piazza Fontana in poi. Gli apparati dello Stato nascondono prove, esfiltrano testimoni, intorbidano le acque, per impedire ai cittadini di comprendere che è in corso una guerra segreta, senza esclusione di colpi, per mantenere l’Italia – marca di confine tra l’Ovest a guida Usa e il blocco sovietico – dentro il campo occidentale. Costi quel che costi.

Per Bologna i depistaggi cominciano il giorno stesso della strage, quando il governo in carica, presieduto da Francesco Cossiga, mostra di credere che il crollo dell’ala ovest della stazione sia stato provocato dall’esplosione di una vecchia caldaia nei sotterranei dell’edificio. Proseguiranno per anni, con lo scopo di ingarbugliare le indagini e screditare i magistrati che le conducono.

“Ma i depistaggi per Bologna sono diversi da quelli precedenti scattati dopo piazza Fontana”, spiega Leonardo Grassi, che da giudice istruttore ha indagato a lungo sull’eversione nera e sulle stragi di Bologna e dell’Italicus e che ora fa parte della commissione consultiva sugli atti segreti da rendere pubblici per effetto della “Direttiva Renzi”. Per piazza Fontana, o per la strage alla Questura di Milano del 1973, il depistaggio è semplice, lineare: sono bombe nere, ma da far passare per rosse, da addebitare agli anarchici, in modo che la “maggioranza silenziosa” del Paese chieda una svolta d’ordine: se non proprio un golpe, una stabilizzazione centrista e l’emarginazione di socialisti e comunisti. È il copione atlantico della “strategia della tensione”.

Con Bologna le cose cambiano: l’effetto ricercato non è più il golpe, o la “stabilizzazione”; la strategia è più sofisticata, è quella piduista dello svuotamento della democrazia dall’interno, dell’occupazione dei centri di potere. “I depistaggi diventano congegni complessi”, spiega Grassi, “con significati e motivazioni plurime, che oltre a distogliere gli inquirenti dalle indagini e a creare suggestioni false, possono avere in sé contenuti ricattatori che il Sismi di Musumeci e Belmonte comunica ad altri soggetti, coinvolti nella strategia stragista, unici in grado di percepirli appieno”.

Il servizio sulla strage di Bologna andato in onda il 2 agosto 2020 alla Radio della Svizzera italiana 

Grassi, già autore di un libro che racconta la sua esperienza non soltanto professionale (Il mestiere del giudice, Clueb), ora allinea in un altro volume Clueb, La strage alla stazione, le peculiarità di quell’attentato, compiuto in una fase diversa dalla fase della “strategia della tensione”, che oscillava tra tentati golpe e “destabilizzare per stabilizzare”. Nel 1980, invece, il rumoroso “vogliamo i colonnelli” è sostituito dal silenzioso, sordo scontro dentro gli apparati dello Stato tra oltranzisti atlantici riuniti nel “club” P2 e uomini fedeli alla Costituzione repubblicana.

La loggia di Gelli ha occupato i principali gangli di potere, nei servizi segreti, nell’esercito, nella pubblica amministrazione, nella magistratura, nella politica, nell’economia, nell’editoria. Copre e finanzia i neri dei Nar, manovali della strage. Ecco perché risulta incomprensibile la difesa che di Fioravanti e Mambro viene fatta oggi da intellettuali e pezzi anche della sinistra: non sono i “ragazzi dello spontaneismo armato di destra” come vorrebbero apparire; sono “i killer della P2”. La definizione è di uno che se ne intende, Vincenzo Vinciguerra, che ha scelto “l’ergastolo per la libertà” dopo aver rivendicato l’eccidio di Peteano come atto di “guerra contro lo Stato”, mentre vedeva attorno a lui i camerati partecipare a una “guerra fatta per conto dello Stato”.

Fioravanti, Mambro, Ciavardini, Cavallini rivendicano con orgoglio decine di omicidi. Non possono però confessare nemmeno a se stessi di essere diventati “i killer della P2”. Rimpilzati dai soldi di Licio Gelli. Aiutati dai servizi segreti di quello Stato che dicevano di voler combattere.

Grassi smonta definitivamente, nel suo ultimo libro, l’eterno depistaggio della “pista internazionale” (a piacere, di volta in volta, palestinese di Habbash, palestinese di Abu Ayad, libica, libanese, tedesca, di Carlos lo Sciacallo, del “lodo Moro”, del nesso con Ustica…). Ma i negazionisti in buona o cattiva fede non si faranno di certo convincere neppure questa volta, come non si fanno convertire i terrapiattisti.

Alla nuova indagine della Procura generale di Bologna è affidato ora il compito (la speranza?) di aggiungere nuove tessere al mosaico che sveli i volti dei mandanti, di chi ha usato e pagato e aiutato i “ragazzini dello spontaneismo armato nero”. Dentro la P2 e ai vertici dell’amministrazione dello Stato, dove si muoveva quel prefetto-gourmet, Federico Umberto d’Amato, che passava dai ristoranti stellati alle riunioni con gli americani, fino ai benevoli incontri con i neri che servivano alla guerra segreta dell’Occidente contro l’Impero del Male.

 

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Il Fatto quotidiano, 2 agosto 2020 (versione modificata)
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