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Stefano Folli, un “dono” raccomandato da Pacciardi

Stefano Folli, un  “dono” raccomandato da Pacciardi

Chi conosce la storia e i primi passi di Stefano Folli non riesce proprio a stupirsi delle sue ultime esternazioni politico-giornalistiche. Sono un ritorno alle origini. Su Repubblica, ormai agnellizzata da Maurizio Molinari, Folli abbandona i consueti bisbigli sempre in sintonia con il potente di turno per tornare ai toni forti, evocando uno scenario da Vogliamo i colonnelli.
L’emergenza Covid-19 innescherà una “ancor più drammatica emergenza economica”, scrive Folli, che potrebbe trasformarsi in una inedita crisi politica. Con il governo che potrebbe trovarsi a essere “travolto da circostanze eccezionali”, con “qualcuno” che “già ora si prepara a gestire una stagione drammatica”, magari con un “piano B” da far scattare “nel caso in cui il bandolo della matassa fosse ancora nelle mani dei poteri riconosciuti”.
Sono scenari che sembrano sconfinare dalla dialettica elettorale e parlamentare. Chi sono i “poteri non riconosciuti” che potrebbero scendere in campo? Ma niente paura, Folli non è impazzito: è solo tornato alla sua gioventù, quando era il figlioccio di Randolfo Pacciardi, massone, esperto di “poteri non riconosciuti” e candidato (segreto), nel 1974, a diventare il primo ministro del governo di salute pubblica che avrebbe dovuto prendere la guida dell’Italia dopo il “golpe bianco” di Edgardo Sogno.
A scartabellare negli archivi, si trova una lettera (inedita) di raccomandazione che Pacciardi scrive per far assumere Folli al Giornale. Datata 26 febbraio 1989 e indirizzata al direttore, Indro Montanelli. “Se avesse bisogno, come ho sentito dire, di un redattore di politica estera che sappia seguire gli avvenimenti quotidiani con finezza, competenza e aderenza alla linea del giornale – scrive Pacciardi – le segnalerei un giovane giornalista che oggi è il direttore responsabile della Voce repubblicana e direttore dell’interessante rivista di politica internazionale Nuovo Occidente. Il suo nome è Stefano Folli. Non è disoccupato, ma mi sembra sprecato per un giornale di partito, forzatamente a tiratura settoriale e limitata, pur avendo ali per volare più in alto”.

Pacciardi era alla guida dell’ala destra del Partito repubblicano italiano. Primo sostenitore della Repubblica presidenziale in Italia, era così ferocemente anticomunista da mettere in conto anche un colpo di Stato, purché “liberale”.Ispirato, Pacciardi continua: “Cangini dovrebbe conoscerlo bene. Se realmente ne avesse bisogno, sono certo che sarei io a farle un regalo. Se invece non ne avesse bisogno, l’amicizia e la simpatia resterebbe intatta con tante scuse che le reco di leggere questa lettera. Penserei poi io a convincere La Malfa di privarsi di Folli che è certamente necessario alla Voce repubblicana e a noi tutti, ma che non è giusto sacrificare. Però la pregherei”, conclude Pacciardi, “di tenere riservata, per il momento, questa richiesta o questo… dono”.

Montanelli il “dono” non lo volle ricevere, ma Folli non fu comunque “sacrificato”, lasciato a un giornale di partito: fu assunto al Tempo di Roma. Con le sue “ali” è volato alto fino a noi. È passato al Corriere della sera, di cui è diventato, inopinatamente, perfino direttore-meteora. Poi al Sole 24 ore, infine a Repubblica, un tempo quotidiano della sinistra, su cui oggi paragona arditamente l’emergenza virus alla guerra d’Algeria che innescò una rottura costituzionale in Francia riportando al comando il generale De Gaulle. Qui da noi, Folli si limita a evocare, senza fare nomi, un “uomo forte”. Oggi, il suo maestro e mentore Randolfo Pacciardi sarebbe fiero di lui.

Il Fatto quotidiano, 1 maggio 2020
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