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Umberto Santino smonta i luoghi comuni dell’antimafia

Umberto Santino smonta i luoghi comuni dell’antimafia

È arrivato fino a Milano, all’Università Statale, Umberto Santino, a presentare il suo ultimo lavoro: La mafia dimenticata (Melampo editore), un volumone che racconta la criminalità organizzata in Sicilia dall’Unità d’Italia ai primi del Novecento e che ha il merito, tra gli altri, di fare cadere molti pregiudizi. Santino è uno degli studiosi più importanti e lucidi delle organizzazioni criminali e, nel contempo, un militante antimafia.

A lui si deve la nascita del Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, che con Anna Puglisi ha fatto sorgere nel 1977, quando Impastato non era ancora un’icona della legalità, un eroe dell’antimafia, il protagonista del film I cento passi, l’antagonista di don Tano Badalamenti, ma era quasi per tutti un militante di sinistra che, nelle stesse ore in cui a Roma veniva ritrovato il corpo senza vita del presidente Aldo Moro, era morto a Cinisi mentre metteva dell’esplosivo sui binari della ferrovia.

Umberto Santino fu il primo a indicare Badalamenti e Cosa nostra come mandanti dell’assassinio e a iniziare un più che quarantennale lavoro di documentazione e studio, non sempre riconosciuto dall’antimafia chic di Palermo, Roma o Milano. Ora Milano lo accoglie e lui racconta le sue ricerche e il suo ultimo libro, applaudito dagli studenti di Scienze politiche.

Non fatevi ingannare: La mafia dimenticata non è un libro accademico, storico, freddo. Sarà utile all’accademia, ai ricercatori, agli studenti, ma anche al lettore comune, al cittadino curioso, al giornalista che non vuole restare preda della superficialità e dei luoghi comuni. Il volume dà conto, per esempio, del delitto Notarbartolo e del processo che ne seguì; e mette a disposizione le straordinarie relazioni sulla mafia siciliana vergate a fine Ottocento dal questore di Palermo Ermanno Sangiorgi. Fanno crollare il più micidiale dei luoghi comuni del giornalismo italiano, quello secondo cui ogni cosa scritta è sempre “la prima volta”.

La prima volta che si scoprono gli strettissimi legami della mafia che spara con il potere politico ed economico. La prima volta che la mafia tratta con lo Stato. La prima volta che un pentito racconta dall’interno i segreti dell’organizzazione criminale. La prima volta che qualcuno infrange l’omertà. La prima volta che la mafia diventa imprenditrice e monopolista. La prima volta che un investigatore racconta l’associazione criminale…

Sangiorgi l’ha raccontata nei suoi 31 rapporti, 485 pagine manoscritte, già tra il novembre 1898 e il febbraio 1900. Il processo Notarbartolo già nel 1899 rivela il sistema di poteri che intreccia mafia, politica e Banco di Sicilia. Il capo dei capi Francesco Siino già nel 1899 si fa “pentito” e, per non soccombere al boss rivale, rivela a Sangiorgi i segreti delle cosche. Già allora il questore scopre la struttura centralizzata della mafia organizzata in otto mandamenti. Già nell’America del primo Novecento la mafia siciliana diventa monopolista (ben prima dell’eroina), dell’import-export degli agrumi, dell’entertainment e del gioco d’azzardo e poi, negli anni del proibizionismo, degli alcolici.

Santino parlava di “borghesia mafiosa” ben prima che il termine diventasse, negli ultimi anni, di moda. Mostra come il pentitismo non sia un evento eccezionale e recente, ma uno strumento “normale” per regolare i conflitti interni all’organizzazione e non soccombere. Spiega che la mafia non è “industria della protezione”, ma al contrario agenzia di produzione dell’insicurezza. Un sostegno al “No Mafia Memorial”, il memoriale-laboratorio appena aperto da Santino a Palermo, è allora il migliore dei modi per riconoscere i suoi quarant’anni d’impegno e per aiutare noi stessi a capire e a ricordare.

Il Fatto quotidiano, 21 febbraio 2019
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