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Un rapporto dice che Eni in Nigeria “risparmiò” 6 miliardi di dollari

Un rapporto dice che Eni in Nigeria “risparmiò” 6 miliardi di dollari

L’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi è sotto processo a Milano per corruzione internazionale insieme a un drappello di coimputati per l’ormai celebre tangente, o presunta tale, da 1 miliardo e 92 milioni di dollari pagata nel 2011 per aggiudicarsi in Nigeria insieme alla Shell l’ambìto giacimento di petrolio offshore (sotto il mare) contrassegnato dalla sigla Opl 245.

Ora uno studio della società di consulenza canadese Rdc (Resources for Development Consulting), che sarà presentato oggi, 26 novembre 2018, nella capitale nigeriana, aggiunge un nuovo, pesante elemento al già complicato processo milanese. La tangente potrebbe essere stata pagata non solo come semplice “pedaggio” agli uomini del sistema di potere collegato all’allora presidente Goodluck Jonathan, ma anche in cambio di un significativo vantaggio economico per Eni e Shell. Il contratto del 2011, secondo Rdc, nella spartizione dei benefici tra governo nigeriano e compagnie petrolifere concedeva a queste un vantaggio economico (e alla Nigeria un danno) stimato in 5,86 miliardi di dollari. Lo studio è stato commissionato da quattro ong da anni molto attive sul caso Opl 245: Global Witness, Re:Common, Corner House Research e la nigeriana Heda Resource Centre.

L’Opl 245, in cui l’estrazione non è ancora iniziata, ha una storia travagliata. La prima assegnazione risale al 1998, poi seguì una serie di nuovi contratti, revoche e controversie. Il protagonista era la Shell, che firmò due accordi, nel 2003 e nel 2006, basati sul sistema Psc (Production sharing contracts), cioè contratti di condivisione della produzione. In base all’accordo Psc, la società statale Nigerian National Petroleum Corporation (Nnpc) è titolare della concessione e la compagnia petrolifera è un contraente. Nell’ambito di questi contratti, il governo genera entrate attraverso alcuni strumenti fiscali: il pagamento di una royalty (proporzionata alla profondità del mare in cui si va a trivellare), una tassa per favorire l’istruzione e una sui profitti petroliferi; e una quota della produzione dopo aver tenuto conto dei costi di ricerca ed estrazione, nota come Profit Oil, che viene attribuita alla Nnpc.

Il contratto firmato nel 2011 da Shell insieme a un nuovo partner, l’Eni, è completamente diverso. Arriva dopo lunghe controversie e trattative, quando l’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete – che era il padrone occulto di quel giacimento attraverso la società Malabu e che oggi è imputato a Milano – entra in contatto con Gianluca Di Nardo, legato al noto mediatore Luigi Bisignani, legato a sua volta al capo dell’Eni Paolo Scaroni (nell’inchiesta milanese erano entrate anche le intercettazioni telefoniche ordinate dalla Procura di Napoli nell’ambito dell’inchiesta P4, in cui Bisignani parlava dell’affare nigeriano; non saranno però utilizzabili nel processo di Milano).

Scaroni delega sostanzialmente a Bisignani l’affare nigeriano e intima a Descalzi, allora direttore generale della divisione Exploration & Production di Eni, di adeguarsi alla negoziazione condotta da Bisignani con Etete e un altro mediatore, il nigeriano Emeka Obi. Due mesi fa, Di Nardo e Obi sono stati condannati con il rito abbreviato a 4 anni per corruzione internazionale. Il processo ordinario continua per gli altri: Descalzi, Scaroni, Bisignani, Etete, l’ex capo delle ricerche petrolifere di Shell Malcolm Brinded, l’attuale braccio destro di Scaroni Roberto Casula e l’ex dirigente dell’Eni Vincenzo Armanna.

Che cos’ha di nuovo il contratto del 2011 firmato grazie ai buoni uffici di Etete e Bisignani? Prima di vedere l’analisi della Rdc conviene richiamare due elementi fulminanti. Il primo è una email di Brinded ai suoi capi, risalente al 2010, in cui il manager della Shell spiega che l’accordo che si sta chiudendo “sostanzialmente supera il concetto di Psc”, cioè di spartizione del prodotto tra petrolieri e governo, e che la soluzione verso cui si sta andando “non è più un Psc”.

Il secondo elemento è una drammatica lettera al ministro della Giustizia nigeriano Mohamed Adoke scritta il 1° aprile 2011 dal capo del Dipartimento risorse petrolifere W. A. Obaje, in cui l’alto dirigente statale denuncia come l’accordo che si sta firmando sull’Opl 245 sia “di grave pregiudizio per gli interessi del governo federale”. Obaje fornisce una dettagliata analisi dei profili di dubbia legalità dell’operazione. Due settimane dopo, il contratto viene firmato senza problemi. Adoke è oggi accusato di aver preso tangenti insieme all’ex presidente Goodluck Jonathan. Nel frattempo il contratto per l’Opl 245 è stato bloccato e l’operazione è tornata in alto mare.

Perché dunque l’abbandono dello schema Psc suscita l’indignazione di Obaje e l’entusiasmo di Brinded? Qui l’analisi Rdc fornisce una possibile spiegazione. Prendendo per valida la previsione dell’Eni di tirar fuori da quel giacimento 550 milioni di barili in 13 anni e ipotizzando un prezzo del petrolio di 70 dollari al barile (oggi siamo attorno a 50), è stato calcolato che alle condizioni fissate nel 2003 lo Stato nigeriano dall’operazione Opl 245 avrebbe incassato 14,3 miliardi di dollari; alle condizioni del 2006 avrebbe migliorato arrivando a 15,6 miliardi.

Il contratto con Eni-Shell del 2011 porta invece allo Stato soltanto 9,8 miliardi, quasi 6 in meno. La differenza è dovuta al fatto che nel contratto del 2011 scompare il Profit oil, cioè la parte di prodotto restante dopo aver pagato i costi che Stato e società petrolifere avrebbero dovuto dividersi, e che invece resta tutto alle due compagnie che intanto avevano pagato quella che secondo l’accusa è una tangente da 1 miliardo e 92 milioni di dollari.

Global Witness ha chiesto a Eni e Shell (a loro volta imputate a Milano) un commento allo studio di Resources for Development Consulting. Le due aziende hanno evitato commenti sul processo in corso, hanno rivendicato la propria correttezza e hanno messo in dubbio la validità dello studio, raccomandando di tenere conto nella diffusione delle informazioni a loro disposizione dell’impatto che potrebbero avere sul regolare svolgimento del processo di Milano.

 

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Il Fatto quotidiano, 26 novembre 2018
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