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Giornalisti che querelano giornalisti

Giornalisti che querelano giornalisti

Aveva ragione Giorgio Gaber, quando diceva: “non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”. Ecco: il berlusconismo è penetrato a tal punto nelle nostre menti che colleghi giornalisti che si proclamano di sinistra fanno delle tirate contro il “giustizialismo”. E in nome di queste, approvano cause civili milionarie (e temerarie) intentate da un ente collegato al sindacato dei giornalisti contro un giornalista precario. Il sindacato, invece di difendere il precario, lo lascia azzannare da un ricatto milionario.

“Giustizialismo”: che tristezza sentire questa parola in bocca ad amici con cui si sono condivisi tanti ideali. Nanni Moretti dovrebbe far partire il suo liberatorio schiaffone, al suono di questa parola senza senso. Io sono orgogliosamente garantista, anche quando racconto le indagini e i processi. “Giustizialismo”: chi parla male, pensa male. E che scuole di giornalismo volete che fabbrichi, chi usa parole così?

Un cronista giudiziario racconta i fatti, comunica ai lettori le inchieste nel momento in cui si svolgono. Non ipotizza alcuna colpevolezza, i reati sono sempre “presunti” fino al terzo grado di giudizio. Ma se un documento processuale dice, a un certo punto dell’indagine, che ci sono perdite per quasi 8 milioni, è suo dovere informare i lettori che l’inchiesta rileva che ci sono perdite per quasi 8 milioni. Se non lo facesse, farebbe male il suo lavoro. L’alternativa è il bavaglio (autobavaglio, visto che sembra piacere a giornalisti): non scrivere nulla delle inchieste fino alla Cassazione.

Avevo posto tre domande:

  1. In quale parte degli articoli sul blog giustiziami erano scritte frasi che avrebbero insultato o diffamato l’Inpgi?
  2. Se c’è stata diffamazione, perché l’Inpgi ci ha messo tre anni per decidere di avviare un’azione legale?
  3. Se c’è stata diffamazione, perché non è stata presentata una querela penale per diffamazione, ma una richiesta danni in sede civile, più lunga, più costosa, in cui è più difficile difendersi, con inversione dell’onere della prova?

Invece che risposte, ho ricevuto lezioni di giornalismo (grazie, sempre utili) ed elucubrazioni generiche sul “giustizialismo”. Proverò dunque a rispondere io.

  1. Non ci sono frasi denigratorie dell’Inpgi, in quegli articoli: “Cari giornalisti, siete contenti che l’ente che custodisce le vostre pensioni non cerchi di rimettere in cassa quasi 8 milioni rubati agli iscritti attraverso una presunta truffa?”. La domanda era riferita al fatto che l’Inpgi non si era, in quel momento, ancora costituito parte civile. La truffa era correttamente definita come “presunta”. L’ammanco di quasi 8 milioni non era una invenzione del cronista, ma era segnalato nelle carte dell’inchiesta giudiziaria.
  2. L’Inpgi ha aspettato tre anni a procedere legalmente, suppongo, perché ora c’è una sentenza che ha assolto l’ex presidente dell’Inpgi Camporese. Ma tre anni fa la cronaca era assolutamente corretta e la domanda legittima.
  3. La causa civile è stata preferita a quella penale perché fa più male, perché in quella civile l’accusato fa più fatica a difendersi, spende di più e paga di più. Era la scelta di Previti e dei berlusconiani contro chi raccontava le miserie del berlusconismo. Hanno fatto scuola (di giornalismo?).

Riflessione finale. Ad essere assolto è Camporese, e rispettiamo la sentenza, che comunque andremo a rileggere, perché ci sono fatti che magari non sono reati ma sono comportamenti non encomiabili. Sono però stati condannati (in primo grado) i fratelli Giorgio e Aldo Magnoni e i loro coimputati: dunque “la truffa” (per ora) è stata riconosciuta. La Sopaf ha almeno insidiato i soldi dei giornalisti messi nelle sue casse. E comunque le quote Fip, pagate dall’Inpgi 140 mila euro l’una alla Sopaf, erano state comprate da Sopaf a soli 100 mila euro: questo non è stato qualificato come reato dal Tribunale, ma di certo l’Inpgi ha comunque fatto realizzare a Sopaf una bella plusvalenza “di quasi 8 milioni”. Dunque era legittimo, anzi doveroso, che tre anni fa l’Inpgi si costituisse, in via cautelare, parte civile nel processo, per proteggere l’investimento (lo farà con un anno di ritardo).

Ma queste sono riflessioni sul piano giudiziario. Sul piano culturale, mi accorgo con infinita tristezza che ormai la battaglia è persa: l’appartenenza è più forte della ragione, il “berlusconismo in noi” ha vinto e ne fanno le spese, purtroppo, perfino antiche amicizie.

29 giugno 2018
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