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Scarpinato: dopo la morte di Riina, Cosa nostra rischia la guerra

Scarpinato: dopo la morte di Riina, Cosa nostra rischia la guerra

“La morte di un capo assoluto e carismatico come Totò Riina determina certamente un cambio d’epoca per Cosa nostra”, sostiene Roberto Scarpinato, oggi procuratore generale a Palermo e in passato protagonista di tante indagini sulla mafia siciliana. “Ma il cambiamento è determinato anche da altre circostanze: in questi anni è completamente cambiato l’habitat sociale, economico e politico in cui operava la mafia nella Prima Repubblica. La Sicilia è diventata la regione più povera d’Italia, c’è stata una riduzione della spesa pubblica che ha fatto diminuire moltissimo gli appalti, c’è stata la crisi del settore edilizio in cui la mafia costruiva i suoi cartelli, molte imprese ed esercizi commerciali hanno chiuso i battenti. Oggi dunque Cosa nostra ha dovuto riconvertirsi al traffico degli stupefacenti, al settore del gioco on line e si sta trasformando in qualcosa di diverso.

Le cose dentro l’organizzazione erano già cambiate con l’arresto di Riina?

Riina è stato il capo della mafia della Prima Repubblica e oggi le condizioni in cui la mafia opera sono cambiate. È rimasto in questi anni il capo assoluto di Cosa nostra, ma non aveva la flessibilità e la capacità di adattamento alle nuove condizioni. Con l’arresto suo e di tutti i grandi capi, in Cosa nostra si è creato un vuoto, non si è potuta più riunire la Commissione provinciale di Cosa nostra. Negli ultimi tempi si era costituita una sorta di “Cupola” anomala, costituita da persone senza il ruolo formale di capo-mandamento, che hanno cercato di mantenere una direzione unitaria dell’organizzazione e di evitare conflitti tra le famiglie e di fare affari con tutti. Ma tutti sapevano che non si poteva costituire un nuovo organismo di vertice senza il beneplacito di Riina e che finché Riina era vivo non si potevano derogare le regole che aveva imposto.

Ora che Riina non c’è più, le famiglie sono libere di riorganizzarsi e di scegliere i loro capi?

Ora sì. C’è un’intercettazione tra due personaggi molto importanti di Cosa nostra i quali dicevano che fino a quando non fossero morti i Riina, i Provenzano e non fossero venuti meno i loro uomini più fedeli, i Bagarella, i Graviano, non sarebbe stata possibile una ristrutturazione di Cosa nostra adeguata alle nuove esigenze. Ora è possibile.

Con quali scenari?

O ci sarà l’investitura di un nuovo capo, nella persona di Matteo Messina Denaro, che dovrebbe però avere un riconoscimento unanime come erede di Riina e allora potrebbe stabilire nuove regole, più moderne, per Cosa nostra. O si aprirà una fase di transizione difficile, in cui alcuni personaggi emergenti potrebbero imporre la loro leadership con azioni violente. Oppure, ancora, potrebbe essere raggiunto un accordo tra i capi più prestigiosi che potrebbero ricostituire la Commissione, stabilendo nuove regole.

Riina si porta nella tomba, e per sempre, anche i segreti sulle stragi del 92-93, sulla trattativa con lo Stato, sui rapporti con la politica?

Riina, come Badalamenti, come Provenzano, è stato protagonista non soltanto delle vicende di mafia trattate nei processi, ma anche di quello che Giovanni Falcone chiamava “il Gioco Grande”. Cioè di quella parte della storia del potere che è stata giocata nel fuoriscena, attraverso atti violenti come stragi e omicidi eseguiti da mafiosi, ma non nell’esclusivo interesse della mafia: come l’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ma il “Gioco Grande” non è raccontabile perché i documenti sono stati distrutti (come quelli che erano a casa di Riina dopo il suo arresto), alcuni soggetti a conoscenza di importanti segreti sono stati uccisi poco prima che iniziassero a collaborare, e i testimoni non parlano essendo consapevoli che questi segreti sono così grandi che nessuno potrebbe garantire loro, se parlassero, la certezza di uscire indenni.

Tra le cose che Riina, intercettato, ha detto durante la sua detenzione, c’è che solo Totò Cancemi sapeva alcuni segreti del periodo 92-93. A che cosa si riferiva?

Su Capaci, Cancemi conosceva retroscena ignoti agli altri capi di Cosa nostra.

Invece su via D’Amelio Riina in carcere racconta cose imprecise, come quella dell’esplosivo innescato dal citofono di casa Borsellino.

Riina conosceva di certo la strategia generale. Ma è possibile che non conoscesse dettagli della fase esecutiva di una strage alla quale, come ha riferito il collaboratore Gaspare Spatuzza, parteciparono anche soggetti esterni alla mafia.

Se Riina era depositario di segreti così grandi, perché non ha ottenuto niente ed è morto in carcere?

Per Riina il codice dell’omertà restava una regola inderogabile e una prova della sua forza di carattere dimostrativa della sua statura di capo. Per altri esponenti mafiosi il silenzio sui segreti del “Gioco Grande” è frutto di una analisi realistica dei rapporti di forza esistenti. Buscetta, per esempio, si rifiutò per anni di rivelare a Falcone ciò che sapeva su mafia e politica e ruppe il silenzio solo dopo avere maturato la convinzione che il sistema di potere della Prima Repubblica stava crollando.

La trattativa con lo Stato oggi continua? Ha altri interlocutori, dopo Riina? E potrebbe aprirsi una fase nuova, con la riapertura dell’inchiesta per strage per Berlusconi e Dell’Utri?

Su questi temi ci sono indagini in corso e preferisco non rispondere.

 

 

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Il Fatto quotidiano, 18 novembre 2017
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