SEGRETI

Gelli, golpe e affari nell’Italia dalla doppia storia

Gelli, golpe e affari nell’Italia dalla doppia storia

Visto da vicino, nella sua villa Wanda, Licio Gelli ormai appariva un personaggetto da commedia all’italiana, mentre mostrava fiero le due foto appese sopra la sua scrivania: il Duce e Peron. A dispetto della sua storia, non sprigionava alcun carisma, non emanava alcuna aura luciferina. Così qualche commentatore ha avuto (e ha) buon gioco a ridurlo tutt’al più a un maneggione, a un affarista, oppure a un “passatempo di quelli saporiti, un gancio a cui appendere sempre nuove trame, nuovi sospetti, nuove anticamere della verità, che però non arrivava mai e non è mai arrivata”. Un grande burattinaio, insomma, per complottisti non pentiti.

Invece Gelli, a dispetto della sua mancanza di fascino, è stato centrale nella storia italiana dal dopoguerra fino agli anni Ottanta. Non un burattinaio in proprio, ma un volonteroso funzionario della guerra segreta che è stata combattuta in Italia. Nemico dichiarato: il comunismo. Nemico combattuto: la democrazia, le regole, la legalità.

Vita molto movimentata, fin dall’adolescenza. A 13 anni Licio, figlio di un mugnaio, nato a Pistoia nel 1919, è espulso da tutte le scuole del regno per aver preso a calci un professore antifascista. A 18 si arruola volontario per andare a combattere in Spagna a fianco dei franchisti. A 26 è arrestato per reati comuni (fra i quali furto e sequestro di persona) commessi con la camicia nera.

Fascista, è gran maestro del doppio gioco. Durante la guerra, i suoi amici sono i giovani fascisti repubblichini toscani, tra i quali il futuro senatore missino Giorgio Pisanò. È in stretto collegamento con il comando tedesco. Ma ha contatti, a partire dal 1942, con i servizi segreti inglesi e poi, dal 1944, con il Cic (Counter Intelligence Corps) della quinta armata americana. Ha perfino rapporti con alcuni esponenti locali della Resistenza. Vincono loro. Così, quando nel settembre 1944 gli Alleati arrivano a Pistoia, è lui stesso a guidare la prima pattuglia che entra in città. Alcuni partigiani lo riconoscono: rischia la fucilazione, ma viene salvato dai dirigenti del locale Comitato di liberazione nazionale, che gli consegnano un attestato di partecipazione alla lotta partigiana.

Poi Licio emigra in Argentina, dove attiva nuovi rapporti. Tornato in patria, diventa via via rappresentante della Remington, libraio, segretario del deputato dc Romolo Diecidue. Poi dirigente della Permaflex, socio della Lebole. E massone. Chiede l’iscrizione alla loggia Gian Domenico Romagnosi il 5 novembre 1963, visto di malocchio da alcuni autorevoli fratelli, appartenenti alla tradizione illuminista e antifascista della massoneria toscana. Il 28 novembre 1966 però la sua carriera muratoria ha un’improvvisa impennata: il Gran Maestro Giordano Gamberini lo chiama, ancora “apprendista”, al fianco dell’avvocato Roberto Ascarelli, che sta ricostruendo una loggia chiamata Propaganda 2. Gelli della P2 diventa in breve tempo Maestro Venerabile e le fa cambiare natura, affiliandovi centinaia di personaggi di rango e di potere.

Volonteroso funzionario del doppio Stato: questo è Licio Gelli, arruolato nel dopoguerra (come tanti altri fascisti e nazisti) nell’esercito invisibile che gli Alleati avevano approntato per combattere la nuova “guerra non ortodossa” contro il comunismo. Nella massoneria contribuisce a selezionare gli ufficiali anticomunisti dell’esercito disposti a mettere in conto anche un colpo di Stato. È la prima fase della P2, quella golpista.

Dalle indagini del giudice Guido Salvini abbiamo saputo che Gelli ha un ruolo di rilievo nel tentato golpe Borghese: nella notte dell’8 dicembre 1970 è pronto a entrare con una squadra armata al Quirinale, per fare prigioniero il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Il golpe viene sospeso all’ultimo momento dagli Usa: “È un vecchio vizio tutto americano”, spiegherà in un libro intervista del 2006. “Gli Usa tentano di imporre la democrazia ovunque, obbligando gli altri Paesi ad accettarla, ma il fine è conquistare sempre più spazio per loro”. Del resto, “dalla fine della guerra eravamo ormai una colonia degli Usa”. Gelli dunque è filoamericano in quanto anticomunista, ma, da fascista quale è restato, finisce sempre per mostrare il suo fastidio per la democrazia e perfino per gli Usa.

Dopo la stagione dei golpe avviene, scrive il giudice Salvini, “una sorta di potatura dei rami secchi, di ‘stabilizzazione controllata’ dei nuclei eversivi, consegnando alla magistratura le frange più radicali dei vari progetti golpisti, ma nello stesso tempo proteggendo alcuni settori il cui coinvolgimento non doveva assolutamente divenire pubblico (in particolare Licio Gelli e alcuni alti ufficiali anche legati al suo ambiente)”. Il nome del Venerabile sparisce: “La figura di Licio Gelli è stata volutamente espunta dagli accertamenti e dal rapporto conclusivo del Sid”, scrive Salvini. “Del resto si trattava, secondo le parole del generale Maletti, di una ‘persona sacra per il Servizio’”.

Dopo il 1974, anno di svolta, la strategia della guerra segreta contro il comunismo cambia: basta con i progetti apertamente golpisti, sostituiti da un più flessibile programma di occupazione, attraverso uomini fidati, di tutti gli ambiti della società e di tutti i centri di potere. Esercito, servizi, partiti, imprese, banche, giornali… La massoneria fornisce le strutture e le coperture necessarie a organizzare questo club del doppio Stato. È l’apice della P2 circolo dell’oltranzismo atlantico in cui poi, all’italiana, pesano anche (e per alcuni soprattutto) le protezioni, le carriere, gli affari.

Negli anni, verranno per Gelli la scoperta degli elenchi della loggia, l’arresto, la fuga, i sospetti di aver riciclato i soldi di Cosa nostra, le condanne per la bancarotta dell’Ambrosiano e per il depistaggio della strage di Bologna. Fino ai giorni nostri, in cui sono ancora attivi alcuni iscritti alla loggia         \ – da Silvio Berlusconi a Luigi Bisignani – e in cui, soprattutto, alcune parti del programma della P2 fase seconda, espresse nel “Piano di rinascita democratica”, si sono quasi realizzati.

Il Fatto quotidiano, 17 dicembre 2015
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